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Dimentica il portafogli in aeroporto…

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Dimentica il portafogli in aeroporto, due stranieri lo trovano su Facebook e glielo riportano dopo 3 ore in auto.

È successo allo scrittore Geda, diretto da Torino al Nord della Sardegna per parlare al Festival Tuttestorie della Letteratura per ragazzi. Aveva provato a chiedere aiuto agli uffici di Fiumicino e Cagliari, invano.
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Quando si è accorto di aver lasciato il suo giubbotto, con dentro tanto di portafogli, documenti e carte, su una sedia del gate B4, dove si era imbarcato da Torino diretto a Cagliari, era troppo tardi. Fabio Geda, 45 anni, autore di libri per ragazzi, diretto ad un festival di letteratura, ha realizzato solo mentre era in volo di aver dimenticato tutti i suoi averi all’aeroporto di Fiumicino. 
L’hostess gli ha detto che non poteva avvisare nessuno e che gli toccava contattare l’ufficio lost and found dell’aeroporto di arrivo. Ma anche lì lo hanno rinviato ad un altro ufficio, analogo, a Fiumicino.
Ovunque gli hanno dato la stessa, irritante, risposta: «Non fa parte delle procedure». Secondo il responsabile della sicurezza di Fiumicino, gli addetti non possono cercare il suo giubbotto, deve essere qualcuno a segnalarne la presenza, identificandosi personalmente, e riportandolo all’ufficio competente.
Scrive Geda: «Chiamo ogni ora fino alle undici di sera: nessuno ha consegnato il mio giubbotto. Chiamo la mattina dopo dalle otto fino a dopo pranzo: nessuno ha consegnato il mio giubbotto. Quindi lo dò per perso. Blocco il bancomat eccetera».
L’incontro nella scuola
Ma il portafogli non era affatto perso, anzi, era finito in ottime mani: mentre Geda, circondato di ragazzini, si accingeva a salutare il pubblico al termine del suo incontro a Valledoria, estremo nord della Sardegna, una donna nordafricana si è avvicinata. «Mi dice: Ti ho cercato. Questi sono tuoi. Io non credo ai miei occhi.
Non capisco- scrive Geda su Facebook- Cosa ci fanno il mio giubbotto e il mio portafoglio abbandonati a Fiumicino, a Valledoria, tra le mani di una donna nordafricana?
Balbetto: Grazie. Ma. Com’è che li hai tu?
Chi sei? Lei con un accento marcato ripete:
Ti ho cercato su Facebook. Te li ho portati. Io prendo il giubbotto, prendo il portafoglio, lo apro. Lei dice: C’è ancora tutto. Sono stordito. Mi sporgo e abbraccio la donna. Lei ricambia. Dico: Ma grazie. Ma spiegami. Lei parla di un volo da Fiumicino, stesso pomeriggio, stesso gate. Mi ha cercato su Facebook.
Vorrei fare altre cinquanta domande, ma sono troppo confuso, così senza pensarci semplicemente apro il portafoglio, prendo gli ottanta euro che avevo e faccio per darglieli. Lei rifiuta, dice: No, solo venti. Se posso chiederteli. Perché per portarteli sono venuta da lontano. Insisto che li prenda tutti e ottanta. Lei ripete no, bastano venti. Io prendo i venti, ci nascondo dentro una banconota da dieci e glieli dò. Lei sorride. Ci abbracciamo di nuovo. Alle sue spalle, in quel momento, noto un uomo, nordafricano anche lui. La sta aspettando. Vociare dei ragazzini. La donna mi saluta e un secondo dopo non ci sono più».
Avevano percorso 287 chilometri per incontrarlo, e restituirgli tutto, in barba alle procedure. 
«Vorrei riabbracciarli»
«È stata una bella cosa- dice ora, mentre è in viaggio verso la Svizzera, a incontrare altri studenti – Non amo mai generalizzare, la vicenda mi avrebbe colpito egualmente se, invece di nordafricani, fossero stati italiani o svedesi. Non amo dire son tutti bravi o cattivi, ma accogliere singolarmente le persone.
E pensare che fossero arrivati fin da Cagliari solo per me mi ha emozionato moltissimo: uno che usa una parte considerevole della sua giornata per raggiungermi e darmi le mie cose mi sembra molto bello».
Non deve essere neanche stata una restituzione facile: «No, ero in un posto anche difficile da raggiungere, hanno aspettato anche che finissi l’incontro con i ragazzi: c’è stata una disponibilità e un’attenzione incredibili. È bello avere la percezione che ci siano persone sconosciute disposte a usare del tempo per te: la cosa assurda è che ci stupiamo, riteniamo gesti come questi eccezionali anche se invece dovrebbero far parte della nostra quotidianità».
Ora Geda è solo riconoscente e vorrebbe incontrarli di nuovo, per dire loro grazie, per ascoltare la loro storia. Ma non sa come fare: e allora, scrive su Facebook. Sperando che anche stavolta il telefono senza fili funzioni.
«Vorrei solo riabbracciarli, e ascoltare la loro storia».

Di Valentina Santarpia | Corriere della Sera

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