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Paolo Giordano: «L’altruismo? È per noi stessi»

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Da azione superflua e «in perdita», la solidarietà si sta trasformando in qualcosa di necessario, perfino vantaggioso. La riflessione dello scrittore torinese, premio Strega per «La solitudine dei numeri primi»

di Paolo Giordano

Il 2018 che inizia sarà un anno di consuntivo. Dieci anni fa è esplosa la crisi economica, nella quale siamo ancora o non siamo più immersi a seconda delle interpretazioni, e per qualche misteriosa ragione pitagorica, una decade è la durata esatta di un ciclo. Serviranno molte teste brillanti per stilare un bilancio realistico di quanto è successo. Per il momento, guidati dall’istinto, possiamo dire che ci sono Buone e Cattive Notizie.

Le Cattive, che godono sempre di più stampa, hanno a che fare con l’aumento incontrollato delle diseguaglianze come descritto da Thomas Piketty, con lo spostamento massiccio e generalizzato verso la destra, anche estrema, con il fallimento dello ius soli in Italia, e con Trump che esce dagli accordi virtuosi della COP21.

Alcuni esempi di quelle Buone, li avete trovati qui. Il tratto comune che si può desumere leggendo di queste esperienze così diverse, sembra essere un cambiamento antropologico della solidarietà. Da azione superflua e «in perdita», la solidarietà si sta trasformando in qualcosa di necessario, perfino vantaggioso. Come a dire: la situazione di questo pianeta sovraffollato è tale da rendere non solo inevitabile, ma addirittura conveniente il ricorso all’altruismo.

La seconda opzione delle crisi 
Ovvio? Tutt’altro. Perché questo atteggiamento è radicalmente diverso dal codice emotivo, sfacciatamente ricattatorio che ha dominato per lungo tempo le campagne di sensibilizzazione, un codice simboleggiato dal bambino malnutrito con gli occhi sgranati. Ci siamo evoluti oppure induriti nel cuore, forse entrambe le cose, fatto sta che quel modo di raccontare non ci penetra più. Adesso vogliamo conoscere il problema che ci viene sottoposto, sapere se esiste un’idea, una strategia, una tecnologia per affrontarlo e, non ultimo, vogliamo capire quale sarà il nostro beneficio nel farlo.

Ridurre le emissioni di anidride carbonica è nobile, ma è innanzitutto un vantaggio per me che non voglio veder annegare Venezia. Donare la mia cucina usata mi rende non soltanto più fiero di me stesso, ma abbatte le tasse e mi agevola nel processo faticoso di smaltimento della cucina stessa. «Le crisi – scrive Naomi Klein – non provocano per forza una regressione e la resa delle società. C’è sempre una seconda opzione: di fronte a una grave minaccia comune, potremo scegliere di unirci e spiccare un balzo in avanti. (…) In parole povere, possiamo stupire clamorosamente noi stessi, mostrandoci uniti, concentrati e decisi».

La coscienza nuova, collettiva, che emerge qua e là nel mondo ha poco a che vedere con gli slanci idealistici e molto di più con il pragmatismo. Secondo la teoria della selezione parentale, il nostro altruismo decresce in cerchi concentrici intorno a noi: molta generosità verso i parenti prossimi, un po’ meno verso gli amici, ancora meno verso i connazionali e pochissima verso gli altri gruppi etnici. La modernità ha rimodellato questa curva di decadimento, rendendola più vertiginosa per alcuni e più dolce per altri. In molti ci rendiamo conto che ciò che un tempo era solamente alieno, si dimostra sempre più rilevante per la nostra sussistenza. Sentiamo, anzi sappiamo, che pur mettendo ancora il perseguimento della nostra felicità personale al centro dell’universo, esso dipende da concatenazioni lunghissime che non possiamo ignorare.

Se le curve diventano precipizi 
Occuparci di noi stessi significa per forza occuparci di quanto succede in Africa, in Sud America, negli Stati Uniti di Trump e nelle periferie di Manila. La ripresa dei fascismi e molte delle Cattive Notizie sono, almeno in parte, una reazione spaventata, di rifiuto istintivo verso questo cambiamento. Sono quelle che Naomi Klein identifica come l’opzione numero uno, sono le curve di decadimento dell’altruismo che diventano precipizi. Dobbiamo adoperarci affinché non prevalgano, perché è sempre possibile, ma soccombano invece alla mutazione.

Si tratta di un processo attivo e urgente e programmatico, non accessorio e passivo e distratto come lo credevamo un tempo. In un testo dal titolo emblematico L’egoismo è inutile, George Saunders ha scritto: «Avendo riscontrato che la gentilezza è variabile, possiamo ragionevolmente concludere che sia migliorabile; e cioè che esisteranno approcci e pratiche che possono effettivamente accrescere il nostro tasso ambientale di gentilezza».


Fonte: Corriere Buone Notizie | https://goo.gl/WAonyp

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