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Don Pino Puglisi. Martire fra la sua gente

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Papa Francesco è a Palermo il 15 settembre per i 25 anni dall’uccisione del sacerdote. Nel 2013 la beatificazione, dopo che Benedetto XVI lo aveva dichiarato martire in odium fidei.

(Da Tracce, maggio 2013)
di Paola Bergamini
«Carmelo, che combinate lì seduti davanti alla canonica?».
Il ragazzino ha un guizzo negli occhi scuri, guarda i suoi coetanei ed esclama: «
U parrino cu i causi (il parroco con i pantaloni)». «Eccolo!». Una scassata 500 bianca ha appena parcheggiato sul piazzale di Godrano, paese di 1200 abitanti a 750 metri di altezza, in provincia di Palermo. Pochi secondi e tutti i ragazzi sono intorno alla macchina.
«Padre Pino, è in ritardo!». Il sacerdote accenna un sorriso. «Non preoccupatevi. Francesca, questo è per te».
Dalla borsa estrae un libro. La ragazza legge l’autore: «Maritain. E chi è?». «Leggilo, poi ne parliamo». Mentre si avviano verso la canonica, don Pino vede un uomo fermo davanti alla chiesa: «Salvatore, questa sera vengo a casa tua. Leggiamo il Vangelo di Luca, il capitolo delle beatitudini. Dillo ai tuoi vicini. Vengono i miei amici di Palermo. La Bibbia la porto io». «Va bene. Ma padre, ha pranzato?». Non c’è risposta. Salvatore vede allontanarsi quel prete dalla figura esile, un po’ dimesso, povero di tutto, che in otto anni ha rivoluzionato la vita di quel piccolo paese semplicemente annunciando ciò per cui vale la pena vivere: Cristo. Si era reso trasparente della Sua amicizia. E tanti si erano arresi a Lui. 


Sanare i cuori. Questo ha fatto per tutta la vita, don Pino Puglisi, anche quando ha lasciato Godrano.
Essere semplicemente prete, testimone di Cristo. Assassinato dalla mafia e dichiarato da Benedetto XVI martire in 
odium fidei nella sua terra: la Sicilia. Per questo il 25 maggio sarà beatificato.

Pino Puglisi, consacrato prete nel 1960 a 23 anni, dopo essere stato viceparroco nel quartiere Settecannoli di Palermo e cappellano del Roosevelt, un istituto per orfani, nel 1970 è nominato parroco a Godrano. Il paese è dilaniato da una faida familiare che ha portato lutti, rancore e odio tra le persone. Andare in chiesa è per molti solo un rito. Don Pino capisce che per sanare i cuori dei grandi bisogna cominciare dai piccoli. Con tenacia e pazienza organizza incontri di catechesi, giochi per le strade del paese, e poi gite alla scoperta di luoghi dove vedere la bellezza del creato. Tutto il suo stipendio di insegnante lo spende per la parrocchia. Le porte della canonica sono sempre aperte. Gli uomini non vogliono farsi vedere in chiesa? Lui celebra la messa all’aperto. Si fa aiutare dagli amici del movimento “Presenza del Vangelo”, che ha conosciuto a Palermo. Conquista i ragazzi a uno a uno. Non li lega a sé, ma si fa tramite dell’amicizia di Cristo. Ricorda Francesca che appena poteva andava dai nonni a Godrano per stare con lui: «Ti metteva alle strette senza paternalismo. Andavo per parlargli e dopo poco diceva: “Adesso inginocchiati per la confessione” ». Insieme alla sua persona i Sacramenti sono la realtà viva per incontrare Cristo. Dopo la diffidenza iniziale, piano piano le porte delle case cominciano ad aprirsi a questo prete che vive di niente, che chiede ai genitori il permesso di portare i loro figli al mare che non hanno mai visto o una settimana a Selinunte, nella casa del fratello, per la scuola di dottrina dentro una convivenza semplice.
La sera, le famiglie si radunano per leggere la Bibbia e con don Pino discutono di tutto: aborto, divorzio, il film che ha proiettato in piazza. È pacato, ma fermo. In paese c’è una comunità pentecostale, con cui non c’è un ottimo rapporto. Puglisi organizza incontri di preghiera comune e ai bambini dice: «Ma te la senti di giocare con tutti meno che con loro?».
La chiesa si riempie, gli sguardi tra le persone mutano. Senza bisogno di discorsi. Un giorno di pioggia una donna cade lungo la strada, subito da una porta esce un’altra donna che l’aiuta a rialzarsi. Si guardano. Una è la mamma dell’assassino del figlio dell’altra. Impensabile fino a qualche anno prima.
Nel 1978 il cardinale Salvatore Pappalardo lo chiama come prorettore del seminario minore di Palermo e poi lo nomina responsabile del centro vocazioni regionale. Il metodo è sempre lo stesso: vivere la vita come vocazione, solo così può maturare la scelta. È quello che ripete anche agli alunni del liceo classico dove insegna, tanto che il rapporto con questo prof così affascinante per molti diventa fondamentale e non si interrompe più. Non ha il problema del “reclutamento” dei giovani. Eppure tante suore e tanti preti hanno scoperto la vocazione nel rapporto con lui.
«Era abitato dalla parola di Dio», dice quel Carmelo, che proprio attraverso l’amicizia con don Pino ha scoperto la vocazione sacerdotale. «Ripeteva: “La vita è vocazione”.
È sempre stato con me. Mi ha accompagnato nella mia maturazione. Addirittura mi ha trovato alloggio dai suoi genitori a Palermo quando ho proseguito gli studi».
Oggi monsignor Carmelo Cuttitta è vescovo ausiliare di Palermo, il più giovane vescovo d’Italia. Nel 1990 il Cardinale vuole don Puglisi parroco nella chiesa di San Gaetano a Brancaccio, quartiere di 12mila abitanti dove dilagano disoccupazione, prostituzione e analfabetismo.
È il regno dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano legati al boss Leoluca Bagarella, al vertice di Cosa Nostra.
A 53 anni ricomincia daccapo. 


Un nuovo amico. Da Godrano si è portato solo i suoi libri. Don Puglisi è nato a Settecannoli, quartiere limitrofo a Brancaccio. Sa cosa lo aspetta. Con il suo senso dell’umorismo dice: «Sono diventato parroco del papa», alludendo a Michele Greco che vive nel quartiere e si definisce “papa della mafia”.

Il 6 ottobre 1990 per la prima messa arriva con solo dieci minuti di anticipo. Nessuno lo attende. «Voglio prendere contatto silenziosamente con la mia gente», dice a un amico. E silenziosamente, con la stessa tenacia, lavora per annunciare il Vangelo. Innanzitutto vuole conoscere la situazione del territorio. Vuole sentire «l’odore delle sue pecore», come ha detto recentemente papa Francesco. Sta con loro. Si fa aiutare dagli amici della Fuci, da suoi ex alunni e da Agostina Ajello, assistente sociale e laica consacrata con cui c’è una lunga amicizia e collaborazione. Non basta, anche le istituzioni devono muoversi. A Brancaccio manca la scuola media e quindi i bambini abbandonano gli studi obbligatori, vivono per le strade, diventando facili prede della criminalità. Don Pino si fa promotore di incontri in Comune per la costruzione della scuola. Come a Godrano, parte dagli adolescenti. Li cerca, va a trovare le famiglie. Invita al catechismo ed incontri sul Vangelo. Fa loro conoscere un nuovo amico: Gesù, che può dare nuova dignità alle loro vite. La promozione umana per lui passa solo attraverso la proposta cristiana. Fa il prete. Il perdono, la sacralità della vita nelle sue parole prendono carne. Così accade che un bambino in vista della Prima Comunione rifiuti di confessarsi. La catechista chiede il perché. «Se mi confesso io non posso più rubare, ma siccome i miei genitori mi dicono che io devo tornare a casa sempre con qualche cosa, io la Comunione non la posso fare». Qualcosa sta cambiando nei cuori delle persone. «Ma non sono io, è Cristo che cambia le persone», spiega don Pino ai volontari.
Ma a Brancaccio c’è bisogno di un luogo dove accogliere le persone. L’edificio di fronte alla chiesa è in vendita, ma quando si viene a sapere che il prete vuole acquistarlo, il prezzo raddoppia. Don Pino non si scoraggia, anche se non ha un soldo. Lui vive in assoluta povertà. Chiede al Cardinale e ai suoi amici un aiuto. Tutti rispondono. A gennaio 1993 la struttura è pronta. Quale nome dare? Una sera don Pino raduna i parrocchiani e chiede cosa ne pensino. Qualcuno propone “San Gaetano”, altri: “Vergine Immacolata”. Lui ascolta e poi dice: «Ma chi accoglie tutti? A chi dobbiamo rivolgerci direttamente? Al Padre, che è Padre di tutti. Che dite se lo chiamiamo “Centro di accoglienza Padre Nostro”?». Mente fina, don Pino: il nome lo aveva in testa fin dall’inizio, perché desiderava scardinare l’idea che nella vita ci vuole sempre un intermediario, un padrino, ma vuole che arrivino da soli a rendersene conto. Chiama a operare nel centro le suore dei Poveri di Santa Caterina da Siena perché sia chiaro per Chi si accoglie.
Labbro spaccato. Ciò che don Pino sta facendo maturare nelle coscienze delle persone è qualcosa di profondo: la mafia è un male perché è contro l’uomo, creatura di Dio.
Si appartiene a Lui che è Padre buono, non a una organizzazione. A un potere umano che uccide, semina odio e terrore. Non è un prete antimafia, non fa atti clamorosi.
È solo un parroco che predica la salvezza e la possibilità di conversione per tutti. Come grida Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993: «Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio». Lui lo ripete nella sua chiesa. A questo non si arrende mai: la possibilità di conversione per tutti, anche per i boss mafiosi.

Ma così facendo firma la sua condanna. Per i boss mafiosi questo piccolo prete è insopportabile perché «si tira i picciotti cu iddu, quindi fa stu dannu, predica tutta arnata» (attrae i ragazzi, quindi fa questo danno, predica tutto il giorno). Il Vangelo incarnato è davvero una possibilità di vita nuova, dignitosa. Per questo lo odiano. Odiano la sua fede.

Cominciano gli avvertimenti: le gomme della macchina bucate, le minacce al telefono. Un giorno arriva in parrocchia con il labbro spaccato. A chi gli chiede cosa è successo, spiega: «È un herpes». Don Pino sa bene a cosa sta andando incontro, ma non ne fa parola a nessuno.

«Me lo aspettavo». La sera del 15 settembre 1993, dopo aver festeggiato il cinquantaseiesimo compleanno al Centro di accoglienza, torna a casa. Parcheggia la sua Fiat Uno usata in piazza Anita Garibaldi. È quasi sul portone di casa quando un uomo gli si avvicina tentando di rubargli il borsello. Da dietro, un altro gli punta la pistola alla nuca.
E spara. «Me lo aspettavo», sono le sue ultime parole, mentre si accascia con il sorriso sulle labbra. Quelle parole e quel sorriso il killer Salvatore Grigoli non li dimenticherà mai. Non c’è nessuno in piazza. Solo pochi minuti dopo, lo ritrovano a terra con le braccia incrociate sul petto e quel mezzo sorriso. La corsa in ospedale. Don Pino muore poco dopo il suo arrivo all’ospedale. Palermo è sconvolta. 
All’inizio si pensa a un omicidio per furto, commesso da un tossicodipendente. Questo voleva far credere la mafia. Ma poi tutto diventa chiaro. 

I due killer Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, catturati, indicano come mandanti i fratelli Graviano. Grigoli dichiarerà di non considerarsi un collaboratore di giustizia, ma un pentito e in carcere inizia un cammino di conversione.

La mamma di don Pino aveva perso un figlio sedicenne.
A Dio aveva chiesto di poter avere un figlio prete e che fosse povero e santo. Il Signore ascolta sempre.

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