Sguardo al Reale

È la fatica che ti salva

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Di Mario Calabresi

 

C’è un italiano a cui chiedere di non uscire più di casa dovrebbe pesare più che a tutti gli altri, a cui togliere la piscina è come togliere l’aria, ma quando glielo chiedo mi sorprende: «La cosa importante è non lasciarsi andare e continuare a fare fatica, non spezzare il ritmo. Un giorno senza fatica è un giorno perso».


Questo italiano ha 21 anni e la sua storia la conosciamo tutti: è la notte del 3 febbraio dello scorso anno quando fuori da un pub alla periferia di Roma, verso Ostia, un nuotatore ventenne viene colpito alla schiena da due proiettili. Sopravvive ma perde l’uso delle gambe. A sparargli sono due giovani criminali, condannati poi a 16 anni di carcere, che si difenderanno parlando di un errore di persona.


Ha subito due interventi e, con una forza di reazione straordinaria, dopo due settimane era già al Santa Lucia, centro di riabilitazione romano, e un mese dopo l’incidente per la prima volta riusciva a tornare in acqua.
Il suo video dalla piscina, postato su Facebook, ha commosso tutti e da quel giorno Manuel Bortuzzo ha conquistato l’affetto degli italiani.


Allora ha cominciato un cammino lunghissimo, con l’obiettivo di continuare a nuotare e di recuperare la capacità di camminare, partendo dal fatto che la lesione al midollo spinale non è completa.

Insieme a Manuel questa settimana avrei dovuto aprire il Festival internazionale di Giornalismo di Perugia, dovevamo parlare del suo libro pubblicato da Rizzoli, che si intitola “Rinascere”.


Le domande per lui erano pronte, non volevo rinunciare a fargliele e così l’ho chiamato per sapere come sta reagendo al mondo fermo in cui siamo costretti a vivere. Mi ha risposto da Roma, dove vive con il papà Franco che lo aiuta e lo assiste, mamma Rossella è rimasta a Treviso dove lavora e segue gli altri tre figli: «Qui la casa è piccola ma ho un terrazzo e quello spazio è la mia salvezza, sto fuori il più possibile, ci ho messo i pesi, i bilancieri, i manubri e mi alleno lì, lo faccio con calma, senza tempo».

Tutto si è fermato, la piscina è chiusa e anche la fisioterapia si è interrotta, ma non c’è traccia di scoraggiamento nella sua voce: «Il mio fisioterapista, lavorando in ospedale, non può più seguirmi, però mi ha lasciato una tabella con gli esercizi e io faccio quello che posso, insomma mi arrangio. La cosa fondamentale è non mollare mai, non lasciarsi andare. La monotonia è dura, non poter uscire e dover rinunciare all’acqua è ancora più duro, allora bisogna darsi un ordine, non smettere un solo giorno di allenarsi».

 

Manuel è fissato con la fatica, ne parla continuamente, è la sua compagna di vita e di viaggio più fedele: «Ho passato anni a fare fatica, come tutti gli sportivi. Tutta la fatica serve, non è mai sprecata e il tuo sforzo ti ripaga sempre. Sono sicuro che anni a faticare in silenzio mi abbiano aiutato tantissimo a recuperare dopo l’incidente.
Era richiesta una fatica immensa per alzarsi da quel letto, ma io ero allenato a farla. È la cosa più importante da insegnare ai bambini e ai ragazzi, fategli fare sport, fateli faticare!».

 

E adesso che la piscina è chiusa cosa fai in quel tempo rimasto vuoto? «Suono il pianoforte, lo faccio per ore prima e dopo gli allenamenti: ho incominciato da autodidatta con una tastiera, guardando i tutorial su Internet senza saper leggere la musica»: un metodo che Manuel – dopo la terza media ha provato Ragioneria ma poi l’ha abbandonata – ha applicato a tutto nella vita, dal disegno all’inglese, imparato guardando i film.

 


La sua è una fame di esperienze e di conoscenza che sembra non essere mai sazia:
«Dopo l’incidente è scoppiata la passione e ho cominciato a studiare seriamente il piano, a leggere la musica. Il mio insegnante è il mio vicino di casa: apro la porta e lui mi ascolta. Se per qualche ora non mi sente suonare, allora esce sul balcone e mi urla di esercitarmi. E allora io comincio, mi piacciono le musiche tristi e malinconiche, che mi fanno l’effetto di incoraggiarmi, invece di abbattermi».

 

 

In questi mesi Manuel ha cambiato pelle, in tutti i sensi: «Da piccolo, quando mi chiedevano che lavoro volessi fare da grande, rispondevo: il tatuatore. Passavo il tempo a disegnare, a scuola se non avevo un foglio lo facevo sul banco, immaginavo mille tipi diversi di tatuaggi e li avevo attaccati su tutti i muri della mia camera. Però non mi ero mai fatto fare nessun tatuaggio perché tra i nuotatori non si usa, e avevo paura di essere scartato dai gruppi sportivi militari. Dopo l’incidente non ho avuto più quel problema, e ho pensato che fosse arrivato il momento giusto».

 

Così sono apparsi due angeli sul braccio sinistro, li ha finiti appena in tempo, il 18 febbraio, dopo tre sedute, di cui due da sette ore: «Sono due putti che si trovano su un’acquasantiera a San Pietro, me li ha proposti Irene la tatuatrice, il suo nome d’arte è Irene “Gipsy Tattoo”, e io ho accettato subito: mi piace la scultura, questi due angioletti sembrano avere una vita propria sul mio braccio e mi danno un senso di protezione».

 

Gli chiedo se c’è qualcosa che ha imparato in questi 12 mesi che possa essere utile a tutti noi, qualcosa che aiuti a dare un senso quando l’inatteso irrompe e sconvolge tutto: «Non darsi mai per vinti, quando uno ha sfortuna nella vita, quando capita qualcosa che fa deragliare i piani, che distrugge i tuoi progetti, devi dimostrare che questa sorte negativa la puoi sconfiggere.

 

In che modo? Non farla vincere significa non lasciarsi trasportare dai sentimenti negativi, non farsi contagiare dalla rabbia, significa anche semplicemente sorridere. Non pensare a quello che si è perso ma a quello che c’è davanti, così esiste il futuro».

 

Fonte: mariocalabresi.com

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Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA