Sguardo al Reale

Il medico che ha pianto distribuendo l’Eucarestia

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Di Giacomo Cocchi

L’idea è venuta ai medici del reparto Covid dell’ospedale di Prato: dare la comunione ai pazienti il giorno di Pasqua.

«È stata una proposta nata in modo spontaneo e condivisa immediatamente con il cappellano ospedaliero don Carlo che ci ha preparati a vivere questo momento», dice il dottore Lorenzo Guarducci, che insieme ad altri cinque colleghi ha distribuito l’Eucarestia ai malati di coronavirus.

 

Il vescovo Giovanni Nerbini ha accolto con favore l’iniziativa e nel primo pomeriggio della domenica di Pasqua, nella cappella dell’ospedale, ha impartito loro il mandato di ministri straordinari della comunione. Oncologia, pronto soccorso, area Covid e terapia intensiva.
Questi i reparti dove i degenti contagiati da coronavirus hanno avuto la possibilità di ricevere il Sacramento. E oltre un centinaio di malati ha accettato di comunicarsi.

 

«Ho pianto assieme ai pazienti. Gli ospedali sono luoghi di cura, ma non possiamo pensare di separare il corpo dallo spirito: mi rendo conto che nella lotta al coronavirus il nostro sforzo è troppo indirizzato a combattere i mali fisici dei pazienti», afferma Filippo Risaliti, uno dei medici coinvolti. «Sono state le parole di papa Francesco a spronarci – sottolinea –. Quando ha detto che i sanitari avrebbero dovuto svolgere il ruolo di intermediari della Chiesa per le persone sofferenti abbiamo preso la decisione di proporci per distribuire la Comunione a Pasqua. Siamo gli unici che potevano farlo, dato che solo noi possiamo entrare in quelle stanze».

 

È stato un rito straordinario che nell’intenzione di questi medici ha voluto sanare una «doppia separazione», come spiega Guarducci: «una delle conseguenze drammatiche di questa pandemia è proprio l’isolamento, di malati e sanitari, da tutto e da tutti».

 

Come la maggior parte del personale ospedaliero impegnato quotidianamente nella lotta al virus anche lui da oltre un mese non torna a casa da moglie e figli.

 

«Dare la comunione ai malati per me ha significato colmare questo vuoto, questo gesto mi ha fatto ricongiungere anche con i miei attraverso il Signore.
È stata una delle esperienze più belle che ho vissuto nel corso della mia vita di uomo, di cristiano e di medico», dice ancora Guarducci.

 

Nel suo racconto il momento più toccante è stato quando ha dato l’Eucarestia a mamma e figlio ricoverati insieme per coronavirus.

«Al di là dell’aspetto confessionale – riprende Risaliti – in questo momento di difficoltà i medici percepiscono la condizione di isolamento dei pazienti dagli affetti e dai parenti. Sono persone sole, sofferenti, non solo nel fisico ma anche nell’anima. Vivono una situazione di distanza umana».

 

Indossando i dispositivi di protezione anche il cappellano don Bergamaschi è entrato nel reparto.
Con sé aveva una pisside con le ostie, separate una a una da una garza per evitare una eventuale contaminazione.
Mentre in rianimazione, per i pazienti intubati impossibilitati a comunicarsi, è stata letta una preghiera davanti al letto.

 

«Il vescovo Nerbini ci ha formalmente incaricato – conclude il dottor Risaliti – ha fatto un piccolo discorso spiegando che in questi tempi difficili noi medici siamo chiamati anche a questo. Ed io sono d’accordo: attualmente il nostro sforzo è troppo indirizzato sulla cura del male fisico, ma mi rendo conto che la spiritualità dell’uomo non si può scindere dal suo corpo. Anche quella ha bisogno di importanti cure».

 

Fonte: Avvenire

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