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Il coraggio della fragilità

mongolfiera
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Un corpo che non si muove, un desiderio nascosto di eternità.

 

Una raccolta di poesie, l’inno coraggioso alla vita di un adolescente che combatte con il suo stato di difficoltà fisica.

Manuela Cervi intervista Sebastiano Pistore

 

Nel frastuono in voce mono di notizie sui mali degli adolescenti (gli hikikomori, i dipendenti, i bulli, la generazione liquida eccetera) Il coraggio della fragilità, una raccolta di poesie e canzoni edita lo scorso anno per i tipi di Aracne, è al contrario un inno coraggioso alla vita dentro le pieghe fragili dell’esistenza quotidiana. Chi è l’autore? Sebastiano Pistore, un adolescente, un esploratore di vita, un viaggiatore nelle pieghe più riposte dell’animo umano, un sognatore di cose grandi, un indomito comunicatore, uno scrittore.

 

Ti definisci “un po’ guerriero”. Puoi spiegarci perché?
È quotidiana la mia battaglia contro il mio stato di difficoltà fisica, che m’impedisce tante cose che per altri sono del tutto normali e mi blocca nelle mie intenzioni. La mia libertà individuale dipende da tante persone e dall’organizzazione della vita intorno a me. Quindi la strada per raggiungere i miei obiettivi è sempre molto complessa.

 

“Tutta l’anima ho venduto per avere un po’ di vita”: da dove viene allora il tuo amore per la vita? Da dove viene il tuo concepire la vita come “un’opportunità da cogliere sempre”? Nelle tue poesie sembra emergere in filigrana la risposta, che in fondo è la risposta alle difficoltà dei tuoi coetanei, che si affannano in un’esistenza di cui non riescono a far tesoro: tu sei certo di un amore da cui continuamente rinasci. È così?
Sì, l’amore è il motivo e lo scopo della mia esistenza. Senza amore non c’è vita, non c’è relazione, non c’è comunicazione. Si tratta di un amore che coinvolge tutto, e dal quale io dipendo. Mi nutro di esso; è l’aria del mio respiro. Non posso pensare che l’obiettivo della vita sia soltanto un interesse personale. Credo che l’umanità, in fondo, sia un tutto il cui cuore batte d’amore.

Leggendo le tue poesie ho ritrovato Thomas Sterns Eliot, che nel Canto d’amore di J. Alfred Prufrock, si chiede: “Do I dare? – e poi continua – Do I dare disturb the universe?”. Posso osare? Osare che cosa? Per il poeta inglese si tratta di osare disturbare l’universo. Per te si tratta di osare “Raggiungere una meta mia”. È la stessa cosa?
Per me non è “osare”, è necessità, e il fine ultimo è condividere un intero universo come un’unica entità in armonia. Come mi colloco in esso? Per quel che posso e che vivo. Non dico “posso osare”, dico “devo osare”, come tutti coloro che vivono intorno a me. Io voglio osare.

 

Leggendo le tue poesie vi ho ritrovato anche Edith Bruck, scrittrice e poetessa di origine ungherese, passata tredicenne prima per Auschwitz, poi per Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e infine Bergen-Belsen, dove fu liberata insieme a pochissime altre bambine sopravvissute con lei. È passata fra atrocità inimmaginabili senza odiare nessuno; aveva anzi pietà per quegli aguzzini, che la portavano quotidianamente sulla soglia della morte e che ai suoi occhi avevano perso qualsiasi tratto d’umanità. Ancora oggi non odia nessuno, perché “l’odio avvelena l’anima”. Dei tanti che hanno chiuso i contatti con te, tu dici: “Mi sono rimasti tutti nel cuore. Ogni persona che ho conosciuto ha uno spazio dentro di me perché, in qualche modo, mi ha dato qualcosa. Mi ha dato quello che, messo insieme a me stesso, sono io ora”. Che cos’è la gratitudine, Sebastiano?
Non è un obbligo amare tutti, è una scelta che non tutti compiono e percorrono. Ma il proprio esistere vicino agli altri fa la differenza nei rapporti. La traccia di chi ama rimarrà sempre nel cuore del più duro degli uomini, e una semente di miglioramento crescerà piano piano in tutti. Purtroppo c’è tanto male e ce ne sarà ancora, ma bisogna essere fiduciosi. Per me la gratitudine è il ricordo di esistenze di altri nel mio cuore. Se uno vuole bussare di nuovo, io ci sono.

 

La vita, che non può toglierci il corpo in cui viviamo, a te ha però tolto la sua motilità, la sua vitalità ed energia, a cui tu supplisci con una motilità dell’animo e della fantasia, che si esprime attraverso le persone che più ti conoscono e con l’aiuto di un computer.
“Sono quello che nessuno vuole essere, perché la vita è stata troppo dura con me”. Che cos’è per te la sofferenza?
Non lo so veramente, perché è un non essere. Quando si sta male, soprattutto dentro di sé, non si vive. Il mondo ti sembra nero e tutto è immobile intorno. Quando, dentro di me, sono triste, mi basta uscire e vedere il cielo, la natura intorno, il fiume che scorre, gli alberi, e come loro mi sento vivo e felice di esistere. La sofferenza del corpo è dura, ma è superabile.

E che cosa cura la sofferenza? “Mondi lontani cureranno il mio dolore” scrivi. Che cos’è la speranza? Dov’è la speranza?
La speranza è in un eterno mondo: deve essere una fede in cui credo. Un mondo di anime collegate e solidali. Il mio pensiero corre, corre in mondi lontani alla ricerca di un amore eterno e completo. Potrebbe essere anche in questo mondo, ma non ancora … Non tutti lo vogliono.

“Forse l’amore è questo. Un desiderio nascosto di eternità”. Legato a un corpo che non si muove, in realtà tu, Sebastiano, corri molto più veloce di tutti i tuoi coetanei, e arrivi al traguardo prima di loro. Te lo ha mai detto nessuno?

 

 

Fonte: ilsussidiario

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Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA