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Le 4 scoperte di Alex Zanardi

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-di Maurizio Vitali-

 

La vera stoffa di un campione è la sua umanità. Gli incidenti hanno costretto Alex Zanardi ad andare al fondo della vita. E lui non si è tirato indietro

 

La cosa più straordinaria di Alex Zanardi non sono neanche le incredibili performance. Ma il sorriso. Un sorriso spontaneo, genuino, non una finzione per telecamere. Certo, due mondiali nell’automobilismo, Formula Indy, prima dell’incidente del 2001, e poi quattro ori paralimpici e dodici mondiali con la handbike, e tutto il resto, lasciano a bocca aperta: ammiri e ti chiedi se non sia un marziano o un ufo robot. Inarrivabile. Ma il sorriso, il sorriso è quello che ti contagia, perché traboccante di un godimento della vita che ti attrae e che desideri avere. Senza dover dipendere sempre dalle tue riuscite. “La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport dà possibilità incredibili per accendere il proprio quotidiano”, ha detto spesso Alex.

 

Come fa a dirlo? Che percorso e che scoperte ha fatto nella sua esperienza Alex per fare un’affermazione così? Percorrendo le sue interviste e le sue dichiarazioni, si possono un po’ rintracciare.

 

Una è che la vita “ha più fantasia di noi, l’importante è cavalcare quello che ci offre…”. Intendiamoci, non si tratta di un automatismo o di una robetta all’acqua di rose. Zanardi d’istinto considerò l’incidente come “una grande sfiga”. Poi qualcosa accadde: quando si risvegliò “senza 14 chili di gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa… Ho cercato di ripartire da lì. E la vita non ha mai smesso di stupirmi”.

 

Una seconda scoperta è che il desiderio ti indirizza allo scopo giusto, l’ambizione facilmente ti frega. Ha raccontato più volte che quando nel ’99 volle tornare in Formula uno, dopo la Indy, per voglia di rivalsa, per ambizione, si incaponì per una cosa che in fondo non sentiva sua, non corrispondeva al suo vero desiderio. E fallì malamente. Così, imparata la lezione, “non scelgo seguendo la mia ambizione, la visibilità per farmi dire bravo. Io faccio una cosa al meglio delle mie capacità, e poi la gente vedendo l’amore che ci metto mi riconosce anche il successo… Io non sono andato in bicicletta per vincere tre medaglie. Ma ho vinto tre medaglie perché amo andare in bicicletta”.

 

È il desiderio che accende la passione, “il motore più potente”. Passione è parola in cui si abbracciano amore e fatica. “La fatica è nemica se messa a disposizione di qualcosa che non ami”, disse in una intervista. Zanardi è stati spesso invitato a parlare nelle scuole. Quando i ragazzi si sono resi conto della sua naturalezza e disponibilità al dialogo, hanno spesso spostato le domande su se stessi, sulle loro prospettive, il loro futuro, su come si fa a realizzare i propri sogni, “perché hanno visto che sono una persona che ha seguito il suo desiderio”.

 

La terza scoperta è io non basto, l’altro è decisivo per il mio bene. Per il cammino di Zanardi è stato importantissimo l’amore del figlio e della moglie Daniela che, quando lui tornò a casa dopo 40 giorni di terapie a Berlino, gli fece trovare in garage una Bmw con tutti i comandi al volante. Gli altri sono tutti quelli che il babbo idraulico lo invitava ad ascoltare: “Se parli tu, non ascolti. E se non ascolti, non impari”. Sono i bambini disabili che, con certi sistemi sanitari (Usa compresi) se non hai un mucchio di quattrini non possono avere le protesi e devono accontentarsi di due stampelle: a loro favore Zanardi ha messo in piedi due associazioni. “Quello che spesso ci manca nella vita sono gli occhi per vedere le persone. A me è stata concessa questa ‘grazia’, visto che nella vita sono finito con l’accumulare una serie infinita di esperienze uniche…”.

 

La quarta scoperta è che la felicità è un’esperienza che non dipende dai nostri successi ma da una religiosità della vita. “La felicità non scordiamocelo, la puoi trovare anche in una bella giornata di sole, in cima ad un colle con la tua handbike, a fare quello che ami, e magari uscendo da una curva butti lo sguardo su uno scorcio di paesaggio stupendo e pensi: quanto è bello il mondo! È una felicità così intensa da superare anche il piacere di guidare una Ferrari”. Paolo Bianchini, amico di Alex, racconta del tragico venerdì scorso: “L’ho affiancato con l’auto un minuto prima del botto. Mi ha detto che era l’uomo più felice del mondo perché stava pedalando in un paradiso”.

Fonte: ilsussidiario.net

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