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Vocazione in carcere: condannato per omicidio prende i voti

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-Di Alessandro Zaccuri-

Da ragazzo, per prenderlo in giro, i compagni lo chiamavano ‘don Luigi’. A lui non dispiaceva perché voleva davvero diventare sacerdote, e intanto serviva Messa, pregava, interveniva con un rimprovero quando sentiva bestemmiare. Non avrebbe immaginato di finire in carcere, a scontare trent’anni per omicidio.

 

 

Non è questa, però, la fine della storia di Luigi, nome convenzionale dietro il quale si nasconde una vicenda di caduta e di rinascita che monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, racconta ad Avvenire con il consenso dell’interessato. Sabato Luigi, oggi quarantenne, pronuncerà infatti i voti di povertà, castità e obbedienza proprio nelle mani di monsignor Camisasca, con il quale intrattiene da tempo un profondo dialogo spirituale. Sono due strade che si incontrano, quella di Luigi, nato in una famiglia contadina, e quella della Chiesa diocesana, che da tempo svolge un’importante azione pastorale nel carcere di Reggio Emilia. Due i sacerdoti impegnati, don Matteo Mioni dei Fratelli della Carità e don Daniele Simonazzi dei Servi della Chiesa: sono loro ad aver fatto da tramite con il vescovo quando Luigi ha manifestato il desiderio di prendere i voti.

 

«A Reggio – ricorda monsignor Camisasca – rimangono attive due sezioni dell’articolazione della salute mentale in attesa che apra la Rems, residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Fu uno dei luoghi che scelsi di visitare il 16 dicembre 2012, al mio ingresso in diocesi. Non conoscevo molto la realtà del carcere, lo confesso, ma da allora è iniziato un cammino di presenza, celebrazione e condivisione che mi ha molto arricchito».

 

La storia di Luigi, dunque. Dopo l’infanzia e l’adolescenza segnate dal desiderio del sacerdozio, quando si trova nell’impossibilità di entrare in seminario il ragazzo cambia vita, bruscamente. Alcol, droghe, episodi sempre più frequenti di violenza, una sregolatezza costante. Si allontana dalla Chiesa, di tanto in tanto sembra trovare un suo equilibrio, ma la dipendenza finisce sempre per avere la meglio. È sotto l’effetto di alcol e cocaina anche la sera in cui, coinvolto in una rissa, commette l’omicidio per cui è condannato.

 

Al momento del processo, si rifiuta di invocare l’infermità mentale. Un primo segnale di riscatto, un primo passo sulla strada del pentimento e del recupero della propria dignità. Con il ritorno alla fede si risveglia la vocazione, Luigi riprende a pregare, diventa lettore alla Messa domenicale in carcere, studia e prega, prega moltissimo, specie «per la salvezza dell’uomo che ho ucciso», come scrive in una delle numerose lettere scambiate con monsignor Camisasca. «Un passaggio che mi ha molto colpito – afferma il vescovo – è quello in cui Luigi sostiene che ‘il vero ergastolo non si vive dentro una galera, ma fuori, quando manca la luce di Cristo’».

 

L’intuizione dei voti emerge lentamente, ma con chiarezza. «Inizialmente avrebbe voluto aspettare l’uscita dal carcere. È stato don Daniele a suggerirgli un percorso diverso, che gli permettesse di prendere questo impegno solenne già adesso», racconta ancora monsignor Camisasca, che dal settembre dello scorso anno ha intrattenuto con lui un rapporto sempre più fitto. «Nessuno di noi è padrone del proprio futuro – osserva – e questo vale a maggior ragione per una persona privata della libertà. Per questo volevo che Luigi pensasse anzitutto a ciò che significano questi voti nella sua condizione attuale. Per questo l’ho invitato a mettere per iscritto i suoi pensieri e le sue aspettative. Alla fine mi sono convinto che nel suo gesto di donazione c’è qualcosa di luminoso per lui, per gli altri carcerati, per la Chiesa stessa».

 

A leggere gli appunti di Luigi, ci si rende conto che il linguaggio teologico, acquisito di recente, è sostenuto da una freschezza a tratti quasi infantile. Ecco allora che la castità è anzitutto virtù dello sguardo, capacità di indirizzare gli occhi in modo da «umiliare ciò che è esteriore perché emerga ciò che è più importante della nostra interiorità». La povertà, poi, offre la possibilità di conformarsi alla «perfezione di Cristo, che si è reso povero» promuovendo la povertà stessa «da disgrazia a beatitudine». Ed è rinuncia al superfluo, perché «anelare agli eccessi è sintomo di mancanza di gioia». Per Luigi è povertà anche condividere la vita con le persone che sono detenute insieme con lui. L’obbedienza, infine, è disponibilità a mettersi in ascolto, sapendo che «Dio parla anche attraverso la bocca degli stolti».

 

«Con la pandemia noi tutti stiamo conoscendo un tempo di combattimento e sacrificio – conclude monsignor Camisasca –. L’esperienza di Luigi può davvero essere un segno collettivo di speranza: non per fuggire dalle difficoltà, ma per affrontarle con forza e consapevolezza. Non conoscevo il carcere, ripeto, e anche per me, da principio, l’impatto è stato molto duro. Mi sembrava un mondo di disperazione, nel quale la prospettiva della risurrezione era continuamente contraddetta e negata. Questa storia, come altre che ho conosciuto, dimostra che non è così. Il merito va all’azione dei sacerdoti e al lavoro straordinario della Polizia Penitenziaria e di tutto il personale sanitario, senza dubbio. Ma c’è dell’altro, c’è il mistero al quale non posso fare a meno di pensare quando sollevo lo sguardo verso il Crocifisso che sta nel mio studio. Viene dal laboratorio del carcere, mi impedisce di dimenticare i detenuti. Le loro sofferenze e le loro speranze sono sempre con me. E riguardano ciascuno di noi».

Fonte: Avvenire

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