Sguardo al Reale

Siamo davvero fatti come un prodigio

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-Annalisa Teggi-

 

Al Meeting di Rimini la voce della scienza rende ragione al verso del Salmo “Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio”: se l’evoluzione ci aveva insegnato che il mondo si regge sul conflitto, oggi la biologia ci mostra che anche nei meandri più microscopici del nostro corpo il Creatore ha impresso l’impronta della compagnia come strumento di crescita.

 

L’edizione speciale del Meeting di Rimini di quest’anno mette a tema la meraviglia, che spesso riduciamo a emozione romantica ma che, all’origine, è quel forte contraccolpo che dovrebbe scuoterci di fronte alla presenza di ogni cosa, perché c’è. Ci accadono momenti forti di autentica meraviglia in circostanze particolari, specialmente quando siamo privati della normalità: ad esempio, dopo una lunga malattia capita di ritrovarsi stupiti delle azioni semplici che ricominciamo a fare e magari ci pare strepitoso anche andare dal fornaio. Ecco. Quella meraviglia, quello stupore sono il motore radicale dell’essere umano, di chi si rende conto di essere una creatura ospitata dentro il disegno di un Creatore.

Questa meraviglia è anche l’amicizia solida tra la fede e la scienza, che solo una visione ideologica e riduttiva – e poco concreta – vorrebbe come sfere isolate, in aperta collisione. Lo scienziato e l’uomo di fede percorrono la stessa strada insieme, volgendo lo sguardo su zone diverse dello stesso panorama: ciascuno illumina squarci diversi di un medesimo orizzonte, ciascuno è mosso da quel contraccolpo radicale di meraviglia che fa dire «Chi sono? E cos’è questo mondo attorno a me?».

Ieri pomeriggio, 18 agosto 2020, al Meeting è stato protagonista dell’incontro Essere fatti come un prodigio il Professore emerito di biologia Scott F. Gilbert, il cui entusiasmante affondo scientifico ha cantato in coro col bellissimo salmo 138:

Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.

La parola “prodigio” è poetica e bellissima, ma rischia di essere un ghirigoro astratto. Il professor Gilbert lo ha incarnato nella biologia di noi esseri viventi, usando il microscopio. Si è trattato di una lezione anche molto approfondita dal punto di vista tecnico (ed io, perciò, ho tentennato su qualche passaggio), ma gli spunti più interessanti sono stati esposti con una chiarezza entusiasmante e hanno la forza di cambiare lo sguardo che abbiamo proprio sul nostro corpo, su ciò che riteniamo essere la nostra cifra più individuale e singolare… ed invece è frutto di una relazione.

Non il conflitto regge il mondo, ma la collaborazione

Più o meno la storia della giraffa di darwiniana memoria ce la ricordiamo: quella nata con il collo più lungo ha avuto la meglio in termini di sopravvivenza. La teoria dell’evoluzione, la cui ossatura non è in grado di spiegare in modo esaustivo il Creato, ha instillato non solo nella scienza ma anche nel pensiero comune la logica del conflitto alla base del processo di cambiamento e trasformazione degli esseri viventi. Sopravvive, e produce una stirpe, il meglio attrezzato per l’ambiente in cui vive. Suona tanto solitario e disperante per le creature «meno dotate».

Ma i passi avanti della scienza, e più in particolare della biologia, ci aprono un nuovo scenario davanti agli occhi, sintetizzabile con la frase della biologa statunitense Lynn Margulis:

La vita non si fa largo nel mondo a forza di combattimenti, ma grazie a una rete di collaborazioni.

S’incomincia a intravedere un barlume di prodigio, cioé di un’impronta originaria dentro la Creazione che è sostenuta da un sistema di partecipazione e non di opposizione. Vediamo meglio, pur restando sul semplice.

Se ti chiamo olobionte ti offendi? Non dovresti, anzi dovresti esultare di gioia. Ci sono parole strane e difficili che rendono giustizia al nostro valore più dei complimenti pieni di superlativi assoluti. Olobionte significa che ciascuno di noi è un individuo, ma non è solo: ciascun organismo da sempre vive in simbiosi con miliardi di microorganismi. All’interno del nostro corpo ci sono circa 160 specie di microbi che svolgono funzioni fondamentali per la nostra crescita. Ragionare su queste presenze piccolissime non significa parlare di dettagli: non li vediamo, non li sentiamo ma la nostra crescita dipende da loro.

Un esempio? La mucca si nutre di erba ma i suoi enzimi non sanno digerirla, ci sono dei batteri nel suo corpo che le consentono di digerire la cellulosa e nutrirsi. Questo dato ci comincia a far ragionare in termini di interdipendenza. Anche noi esseri umani, come la mucca, siamo un sistema più che essere degli individui, cioé la nostra individualità è fondata su una «squadra» di altri esseri viventi che ci permette di crescere.

Venendo all’uomo. Ci sono funzioni essenziali che vengono svolte proprio dalla «squadra» che ospitiamo dentro di noi: sono certi batteri che attivano la peristalsi intestinale, sono altri batteri a stimolare la produzione di capillari nell’intestino, senza batteri non avremmo uno sviluppo normale del cervello. Non possiamo esistere da soli, la nostra crescita dipende da questa trama di rapporti simbiotici che comincia ancor prima della nostra nascita.

Parte di questi batteri, infatti, ci viene donata durante il parto dalla nostra mamma. Nel canale del parto, quando la madre è pronta a partorire, si accumula una grandissima quantità di batteri diversi da quelli presenti di solito nella stessa zona: sono quelli che devono essere presi dal bambino, come alleati indispensabili. Appena nato, infatti, il bimbo ha bisogno di essere allattato ma – un po’ come la mucca di prima – non è in grado di assorbire da solo certi nutrienti del latte. Solo grazie all’opera di quei batteri ricevuti dalla madre i nutrienti riescono ad essere assorbiti.

Il professor Gilbert ha fatto molti altri esempi complessi, mi sono limitata a citare quelli che ritengo significativi anche per noi che non bazzichiamo nei laboratori scientifici. Ringraziamo questi studiosi del lavoro svolto, sia per le scoperte che fanno ma soprattutto per la coscienza che possono risvegliare in noi. La conclusione del Professor Gilbert, infatti, ci riguarda ben oltre il dato biologico:

Gli animali non esistono come entità indipedenti, noi “diventiamo con gli altri”. Questo è importante: oltre al dato competitivo dell’evoluzione, c’è anche questo “divenire con gli altri”.

«Siamo una squadra fortissimi»

Siamo un prodigio, cosa significa dunque? Può far sorridere metterla giù in modo paradossale, ma forse è la cosa migliore: siamo in compagnia anche quando siamo da soli. Una compagnia di miliardi di microbi può essere una cosa risibile, visto che siamo sempre abituati a pensare in grande. E non c’è abbaglio peggiore del credere che il mondo si regga su ciò che si manifesta come clamoroso ed esorbitante. Frodo ci insegna l’opposto e quante volte nel quotidiano l’intuizione di Tolkien si conferma: gesti minuscoli di collaborazione impediscono lo sfacelo.

E non può esserci che lo zampino di un Creatore nell’idea che la nostra personale crescita dipenda non solo dalle nostre forze corporali ma soprattutto da questa sovraffollata compagnia invisibile ma indispensabile. C’è tutta l’umiltà di Dio nella presenza di un aiuto che è tanto concreto quanto portato da esseri viventi quasi invisibili.

È un prodigio che sia «scritto» nel funzionamento del nostro intestino un messaggio biologico tanto simile alla frase: “Non sei solo a digerire questa vita, ti ho dato tantissimi alleati”. Il vero alleato opera senza reclamare l’attenzione, c’è e fa la differenza. È un prodigio che la relazione, la simbiosi – e non l’opposizione – sostengano la crescita. Il salto dall’intestino al nostro vissuto sociale possiamo e dobbiamo farlo. Fa una grande differenza cominciare a pensare che non sono stato lasciato solo nella battaglia dell’esistenza, che la struttura del mio stesso corpo parla di una compagnia e non un insieme di caratteristiche che possono o non possono prevalere sugli altri. Se è vero dentro di me, posso darmi da fare – nel mio piccolo – perché il mondo fuori di me gli assomigli.

 

Fonte: Aleteia

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Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA