Sguardo al Reale

Questa è l’educazione che cambia il mondo!

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-Annalisa Teggi-

Una bimba di 9 anni insegna a leggere e scrivere all’uomo che le vende i ghiaccioli

Se pronunciamo la parola «scuola» i battiti cardiaci accelerano in queste settimane. Non è un fronte caldo, è rovente a temperature vulcaniche. I genitori sono subissati di informazioni che sono criptiche quanto gli oracoli della Sibilla Cumana e si preparano al primo giorno di scuola con lo stesso orizzonte cupo di Leonida alle Termopili. Gli insegnanti non sono da meno quanto a mole di preparativi e incognite, la proverbiale espressione «entrare in classe» quest’anno sottende una traversata degna di Magellano. E poi ci sono i ragazzi, quelli che si rischia di ridurre a giovani creature dotate di mascherina che non dovranno giocherellare coi banchi monoposto a rotelle.

 

Piccoli maestri crescono

Per non precipitare nella voragine di questo orizzonte segnato da così tante criticità, facciamo un grande salto altrove; ma non per fuggire dai problemi, bensì per ricordarci cosa c’è davvero in ballo quando si parla di educazione. Sì, abbiamo letto tanti saggi pedagogici, abbiamo ascoltato le parole bellissime di insegnanti carismatici. Ecco. Corroboriamo l’entusiasmo della teoria, con la meraviglia della pratica.

C’è una bella storia che viene dal Brasile – pre-Covid, da specificare – che ha per protagonista una bambina (inserite voi, a piacimento, tutte le citazioni sul valore illuminante dell’infanzia, dal richiamo evangelico sui piccoli al fanciullino di Pascoli). Rizelia, una delle insegnanti della protagonista ha commentato l’impresa della sua alunna dicendo:

Questa è l’educazione che cambia il mondo!

Vale la pena, allora, capire cosa è successo.

 

Barbara e Francisco

Nel Nord del Brasile il tasso di analfabetismo si aggira attorno al 14%, intendendo con ciò proprio la non capacità di leggere e scrivere; in Italia siamo attorno allo 0,4% (anche se nel nostro paese c’è un allarme rosso sull’analfabetismo funzionale, ma questo è un altro discorso). Nella città brasiliana di Crato vivono Barbara Matos Costa, 9 anni, e Francisco Santana Filho – ma per tutti Zezinho – di 68 anni.

Lei frequenta il Collegio Diocesano e le piace molto studiare soprattutto l’inglese, lui invece ha dovuto cominciare a lavorare fin da quando aveva 12 anni ed è un venditore ambulante di gelati e ghiaccioli. Siamo in un contesto umano povero ma decoroso, facile immaginare come si siano conosciuti: all’uscita di scuola per Barbara e per i suoi compagni non c’è gioia più grande di mangiarsi un buon ghiacciolo. Il gusto preferito di Barbara è la fragola, molto femminile come il cerchietto rosa a fiori giganti che indossa. Ma gli stereotipi finiscono qui.

A parte i brevi scambi per l’acquisto del gelato, Zezinho ammette che nessuno di questi ragazzini si è mai molto interessato a lui. Finché un giorno Barbara si è accorta che lui aveva problemi col portoghese e, a domanda diretta, l’uomo le ha risposto che non sapeva leggere né scrivere. Non era un gran problema per lui, ma spontaneamente a Barbara è venuto lo slancio di fargli da maestra.

Armata degli stessi libri su cui lei ha imparato l’ABC si è messa ad insegnare a Zezinho nel giardino della scuola e lui ha preso confidenza con le armi del mestiere, quaderni e penne. Ammette di aver fatto molta confusione con le lettere, ride nel ricordare gli errori ma è fiero di essere riuscito a saper scrivere il proprio nome e cognome. Barbara, dal canto suo, si è proprio immedesimata nel mestiere dell’insegnante e risponde ai giornalisti che si sono interessati a questa storia come una perfetta educatrice che constata i grandi traguardi raggiunti.

 

Chi tra noi non ha mai giocato alla maestra, da piccola? Magari mettendo seduti davanti a noi bambole e orsetti. Il gioco è una forma altissima di coscienza della realtà. E la gratificazione che dà l’insegnamento ha qualcosa del piglio avventuroso con cui il cavaliere sconfigge il drago. L’educazione è la sconfitta di un grande nemico, l’incubo di un mondo in cui si è soli ad affrontare l’ignoto. Mi sono commossa entrambe le volte in cui i miei figli più grandi sono tornati a casa dal primo giorno delle elementari con un foglio interamente pieno di «io». Mi commuoverò per la terza volta quando toccherà alla piccola. E perciò intuisco cosa abbia provato Francisco nel riuscire a scrivere il proprio nome e cognome. Non è forse questa l’avventura suprema della vita? Essere in cammino per conoscere se stessi («che giova infatti all’uomo, se guadagna tutto il mondo e poi perde se stesso?»).

 

Imparare a scrivere il proprio nome e cognome da adulti, grazie a un bambino, è un’immagine da custodire nel cuore. Ha ragione l’insegnante di Barbara, è questa l’educazione che cambia il mondo.

 

Nel video qui sotto potete ascoltare e vedere i protagonisti di questa storia, se conoscete il portoghese ne apprezzerete di più il contenuto ma con le mie chiacchiere precedenti ho cercato di mettervi a disposizione il contenuto essenziale in italiano.

 

 

Fonte: Aleteia

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Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA