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Il problema è essere cattolici o bravi giudici?

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-Monica Mondo-

 

La nomina di Amy Coney Barrett alla Corte suprema degli Stati Uniti è fortemente criticata, ma solo perché “cattolica e antiabortista”.

 

Non so chi sia Amy Coney Barrett e se sia degna o no di far parte della Corte suprema degli Stati Uniti. Del resto non so se ne siano degni gli altri otto membri (sono nove in totale) e il loro nome non ha valicato gli oceani, è oscuro, se non per pochi addetti ai lavori. Sappiamo che Trump ha deciso di nominarla giudice per sostituire la compianta Ruth Bader Ginsburg e ne ha facoltà. Benché siamo in dirittura d’arrivo per nuove elezioni presidenziali che confermino o meno il suo mandato.

 

Quello che non torna nel coro di critiche e proteste acide e veementi conto questa scelta, è la definizione con cui la nuova giudice è presentata: “conservatrice, cattolica, antiabortista”. Nessuno che spieghi se è meritevole o meno, se è stimata o meno, se abbia il curriculum necessario, se sia caparbia o attenta o sapiente o dotata di umana pietà. Nulla: cattolica, antiabortista.

 

Ora, non risulta che la dottrina della Chiesa sia mutata quanto alla condanna dell’aborto e di qualunque legge che lo favorisca, e le ultime accorate parole di papa Francesco ancora una volta la confermano. Dunque, “per la contraddizion che nol consente”, direbbe il Poeta, non è possibile essere cattolici e abortisti. Punto.

 

Dobbiamo dedurre allora che il problema consista nell’essere cattolici, perché in quanto tale la giudice non potrebbe essere favorevole a una legislazione lassista sull’aborto, e chiunque lo sia non può dirsi cattolico, benché adulto, benché dubbioso, benché capace di volta in volta di condannare il peccato e non il peccatore.

 

Dobbiamo concludere, allora, che è un problema per l’opinione progressista, moderna, per il mainstream americano essere cattolici. E non solo negli Usa, date le reazioni dei media e degli opinion leader di mezzo mondo, Italia compresa. Appoggiare, ammirare, disprezzare Trump non c’entra nulla, con la libertà di pensiero. Si può soltanto obiettare una ragione di opportunità: forse, a poche settimane dalle elezioni, meglio optare per una candidata meno divisiva.

 

Ma anche questa nota di buon senso è ipocrita e pavida: preferisce chi non prende posizione, o peggio chi si accoda a quella dominante, secondo la malerba di “ogni desiderio un diritto”. A furia di non essere divisivi, i cattolici saranno inutili o spariranno.

 

La Barrett poi presenta altre caratteristiche che la rendono particolarmente invisa a rappresentare l’America che svolta: è giovane (almeno se era vecchia se ne andava prima) ha sette figli, di cui due adottati, uno addirittura down. Dunque dev’essere per forza pazza e fanatica. Siamo a questo punto: che l’ammirazione per chi mostra generosità e accoglienza ai più fragili volge in strali e bolla d’ignominia.

 

Ripeto: a nessuno importano le sue competenze, potrebbe essere geniale o succube di preoccupanti poteri. Ma l’unico tema di dibattito è stato l’essere cattolici e contrari all’aborto e questo cozza contro la pretese di libertà e la tutela dei diritti che troppi sbandierano solo quando conviene, quanto li riguarda, quando coincide con la propria ideologia. Non si può tollerare che essere cattolici sia considerato una diminutio, una preoccupazione, un problema. Per rispetto della storia cui apparteniamo, per amore di Gesù, per non vergognarci dei tanti fratelli che per esprimere la loro fede rischiano oggi, e ogni giorno, la vita.

 

 

Consiglio caldamente di leggere anche:
Un profilo personale e accademico della giurista Amy Coney Barrett, nominata da Trump alla Corte suprema, da parte di un suo ex studente italiano.

 

 

Fonte: ilsussidiario

 

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