Custodire la fragilità

-suor Cristina Merli, FMA-

Nei momenti di crisi, se ci si lascia toccare da ciò che accade, si diventa più essenziali, si scopre ciò che è indispensabile e si impara a lasciar andare ciò che è accessorio. Rubo il titolo di una canzone di Simone Cristicchi, “Le poche cose che contano”, per riflettere su quali sono le parole che oggi veramente dobbiamo salvare in educazione.

Ogni genitore, docente, educatore potrebbe fare lo stesso esercizio, magari qualcuno lo ha già fatto.

Io ho scelto quattro espressioni, per quattro puntate.

1 – Custodire la FRAGILITÀ

2 – Educare alla CURA

3 – Esercitare la/alla COMPASSIONE

4 -Vivere la SPERANZA

1^ PUNTATA – Custodire la FRAGILITÀ

In questo tempo ci siamo riscoperti tutti fragili. Ci sentivamo sicuri: di fronte alla malattia c’è la medicina, di fronte a tanti problemi c’è lo Stato, la tecnologia avanza, l’aspettativa di vita cresce. E invece, in un batter d’occhio, ci siamo riscoperti precari, fragili, vulnerabili. La medicina fatica a trovare soluzioni, la politica è in crisi, la tecnologia va avanti ma anche la scoperta e gli effetti di un vaccino hanno i loro tempi, la generazione dei nostri anziani si sta assottigliando in modo repentino, dobbiamo fare quotidianamente i conti con la morte.

In questi anni abbiamo messo in campo di tutto per calcolare ed eliminare il rischio, abbiamo fatto della sicurezza il nostro mito ed ora ci troviamo più insicuri che mai e sembra che ci manchi la terra sotto i piedi.

Eppure, se abbiamo il coraggio di guardare le nostre fragilità e le fragilità dei nostri ragazzi, scopriamo che lì, spesso, si nascondono le opportunità più grandi e che vivere non è eliminare fragilità e precarietà, ma accettare il rischio che esse comportano, perché potremmo avere delle grandi, belle sorprese.

 

In questo mese salesiano, il primo ad insegnarcelo è Don Bosco.

A due anni Giovannino si trova orfano di padre. È lui stesso a presentarci questo evento come il primo ricordo della sua vita.

Quando la mamma lo porta fuori dalla camera dove si trova il suo papà, il bimbo risponde “Se non viene papà, non vengo” e mamma Margherita: “Povero figlio, non hai più papà”. Conclude Don Bosco: “Così dicendo mamma scoppiò a piangere, mi prese per mano e mi portò fuori. Anch’io piangevo, ma solo perché la vedevo piangere. Per l’età, non potevo capire che grave disgrazia fosse la perdita del padre(San Giovanni Bosco, Memorie, a cura di Teresio Bosco, ELLE DI CI, Torino 1989).

Cento anni dopo la sua morte, nel 1988, San Giovanni Paolo II scrive una lettera ai salesiani dal titolo: Juvenum Patris.
Eccone uno stralcio:

“L’espressione felice: “Basta che siate giovani perché io vi ami assai” (“Il Giovane provveduto”, 7), è la parola e, prima ancora, l’opzione educativa fondamentale del santo: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani” (“Memorie biografiche di S. Giovanni Bosco”, vol. 18, 258). E, veramente, per essi egli svolge un’impressionante attività con le parole, gli scritti, le istituzioni, i viaggi, gli incontri con personalità civili e religiose; per essi, soprattutto, manifesta un’attenzione premurosa, rivolta alle loro persone, perché nel suo amore di padre i giovani possano cogliere il segno di un amore più alto”.

Giovannino, orfano di padre a due anni, diventa padre di migliaia di giovani, di migliaia di salesiani e di salesiane. Un altro episodio indicativo.

Don Bosco ricorda che lo stesso anno della morte del padre ci fu una grave carestia e la famiglia non solo mancava di denaro, ma aveva anche dei debiti.

Un giorno non avevamo mangiato quasi niente. Mia madre provò a bussare alle case vicine per avere in prestito qualcosa, ma nessuno fu in grado di aiutarci. […] Eravamo affamati fino allo sfinimento”.

Diventato sacerdote, Don Bosco non ha mai lasciato privi di un pezzo di pane migliaia di ragazzi. Si è coperto a sua volta di debiti e, quando la situazione era disperata, come testimoniano persone che hanno assistito ai fatti, ha moltiplicato i pani per poter sfamare tutti, proprio come ha fatto Gesù. Tutta la grandezza della sua opera nasce da lì, dalle prime esperienze di fragilità e di mancanza della sua vita.

Spesso la creatività fiorisce proprio nelle circostanze avverse, nella incertezze, nei vuoti quando riusciamo ad accettarli, ad accoglierli, a benedirli, a chiederci cosa ne possiamo fare.

 

Ecco un breve percorso possibile per custodire la fragilità.

1° Riconoscerla e chiamarla per nome.

Che sia una fragilità fisica, una fragilità cognitiva, una fragilità affettiva, una fragilità sociale, una fragilità morale. Guardarla, se è nostra, e chiamarla per nome. Guardarla, se è dei nostri ragazzi, e aiutarli a chiamarla per nome, senza ansie.

2° Accettare e accogliere le fragilità.

Se riusciamo ad accettare noi stessi così come siamo, potremo anche accettare i nostri ragazzi ed aiutarli ad accettarsi così come sono.

Uno dei problemi più ricorrenti che gli adolescenti vivono in questi anni è la mancanza di autostima. Spesso questa deriva dal fatto che gli adulti che hanno intorno hanno cercato in tutti i modi di eliminare le fatiche derivanti dalle fragilità, dalle situazioni in cui è richiesto di fare fatica, hanno spianato loro la strada, con le migliori intenzioni, ovviamente, perché non vorremmo mai vedere i nostri ragazzi soffrire.

Ma quello che passa nella loro vita, lentamente, come la goccia che scava la pietra, è “siccome tu non ce la fai, ci pensa la mamma, ci pensa il papà, ci pensa l’educatore, ci pensa la catechista, le tue fragilità sono inguardabili, interveniamo noi”. Così non li aiutiamo, li cresciamo con la convinzione che non valgono, perché qualcuno si sostituisce sempre a loro, perché qualcuno cerca di nascondere le loro debolezze, che, inevitabilmente, prima o poi vengono a galla. Accettiamole noi per primi e aiutiamo loro ad accoglierle. Saranno ragazzi più felici.

3° Benedire le fragilità.

Dante nel primo canto della Divina Commedia, dopo avere detto l’orrore della selva nella quale si è perso, che lo ha costretto a fare un viaggio terribile nell’inferno dice: Ma per trattar del ben ch’i vi trovai dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Perché dentro quel buio, quella situazione terrificante, quella circostanza che ci annienta, l‘unico modo che abbiamo per sopravviverle e venirne fuori è cercare il bene che si nasconde proprio lì: bene-dire anche all’inferno. Altrimenti rimarrà sempre e solo una disgrazia, un accidente che rovina la vita a noi o ai nostri ragazzi. Questo vuol dire “benedire”: dare la caccia al bene che si nasconde anche nelle circostanze avverse.

4° Vedere cosa possiamo farne.

Dopo avere cercato il bene nascosto, possiamo capire cosa farne, come trasformarlo, come farlo diventare un alleato, come essere padre senza avere avuto un padre, come sfamare avendo sofferto la fame, come diventare campionessa mondiale paralimpica nel fioretto non avendo più gli avambracci (Bebe Vio), ma più semplicemente come fare diventare un 4 in matematica un’occasione per imparare che le nostre inesattezze non sono nemiche, ma sono occasioni.

E allora, ciò che questo tempo ci sta insegnando, è che i nostri vuoti, le nostre mancanze, le nostre fragilità non sono incidenti di percorso, scherzi della natura, disattenzioni del Creatore, ma sono costitutivi del nostro essere e lì dentro possiamo addirittura scoprire il senso e la vocazione della nostra vita.

Custodiamo la fragilità e aiutiamo i nostri ragazzi a viverla e a benedirla, perché lì si può nascondere una perla preziosa.

 

 

Fonte: FMA Lombardia

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