Vivere la Speranza

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di suor Cristina Merli

 

Nei momenti di crisi, se ci si lascia toccare da ciò che accade, si diventa più essenziali, si scopre ciò che è indispensabile e si impara a lasciar andare ciò che è accessorio. Rubo il titolo di una bella canzone di Simone Cristicchi, “Le poche cose che contano”, per riflettere su quali sono le parole che oggi veramente dobbiamo salvare in educazione. Ogni genitore, docente, educatore potrebbe fare lo stesso esercizio e magari qualcuno lo ha già fatto.
Io ho scelto quattro espressioni, per quattro puntate.

1. Custodire la FRAGILITÀ

2. Educare alla CURA

3. Esercitare la/alla COMPASSIONE

4. Vivere la SPERANZA

4^ puntata – Vivere la SPERANZA

Il Covid ha sbattuto in faccia ai nostri ragazzi ciò che noi adulti abbiamo cercato di nascondere a loro e, a volte, anche a noi stessi: la morte.

L’abbiamo allontanata non portando più i bimbi a vedere i defunti, ai funerali, al cimitero. Non diciamo più “è morta Maria, è morto Luca”, no, diciamo ”è mancato”, “è volato al cielo”, “ha raggiunto i suoi cari”. La sola parola ci disturba, ci fa paura.

Ma in questi mesi le immagini degli ospedali, delle bare, dei camion nella bergamasca, i parenti di alcuni che non ce l’hanno fatta ci hanno esposto alla morte in modo violento, ci hanno costretto a fare i conti con lei e a trovare un senso da offrire anche ai nostri ragazzi.

E ci siamo accorti che, se non facciamo quotidianamente i conti con la morte, che non è solo la morte fisica, può essere la morte di un’amicizia, di un amore, di un sogno, di un progetto, non viviamo.

 

Don Bosco, ai suoi ragazzi, faceva fare mensilmente un’esperienza che oggi bolleremmo come assurda, aggiungendo anche qualche gesto scaramantico: “l’esercizio della buona morte”.

 

Racconta lui stesso:

«Tutta la nostra vita, o miei cari giovanetti, dev’essere una preparazione a fare una buona morte. Per conseguire questo fine importantissimo giova assai praticare il cosiddetto Esercizio della buona morte, il quale consiste nel disporre in un giorno di ogni mese tutti i nostri affari spirituali e temporali, come se di lì a poco dovessimo realmente morire.
Il modo pratico di fare tale Esercizio è il seguente:

— Fissare per esso un giorno del mese (l’ultimo giorno di ogni mese);

— fare fin dal giorno o dalla sera precedente qualche riflessione sulla morte, che forse è vicina e potrebbe anche sopraggiungere all’improvviso; 

— pensare come si è passato il mese antecedente, e soprattutto se vi è qualche cosa che turbi la coscienza e lasci inquieta l’anima sulla sorte a cui andrebbe incontro se allora dovesse presentarsi al tribunale di Dio; 

— e al domani fare una Confessione e Comunione, come se si fosse veramente in punto di morte.

 

da Don Bosco, Il Giovane provveduto

Detta così è dura.

 

Credo di avere capito un po’ il senso di ciò che chiedeva Don Bosco nel primo lockdown, dove la paura della malattia e della morte, vista così da vicino, mi aveva assalito. Non c’era niente, nessun ragionamento, nessuna preghiera, nessun tentativo di affidamento che mi tranquillizzasse, per giorni e giorni.

Poi, durante un’adorazione, mi sembra di avere capito questo: perché il mio vivere abbia un senso devo pensare e fare solo cose che non finiscono con la morte, pensare pensieri e agire azioni che abbiano sapore di eternità, che rimangano per sempre, anche quando i miei genitori non ci saranno più, anche quando le persone che amo non ci saranno più, anche quando io, fisicamente, non ci sarò più. Tutto il resto è inutile, è tempo perso, perché finirà, perché non porteremo di là i nostri soldi, le nostre invidie e le nostre gelosie, il nostro tentar di fare le scarpe all’altro, la nostra fame di potere e di dominio, il nostro perdere tempo in cose futili. Nulla di tutto questo.

Solo ciò che sa di Vita, solo ciò che suscita vita vera per me, per gli altri, per la natura mi seguirà. E la Vita può essere generata solo dall’amore.
Questo è già eternità, è felicità che non avrà fine.

 

E allora ho capito che l’Esercizio della buona morte di Don Bosco non era uno spauracchio perché i suoi ragazzi si comportassero moralmente in modo ineccepibile, ma era uno strumento perché potessero vivere una vita piena e felice imparando ciò che non può venire meno.
E ho compreso la lungimiranza di Don Bosco. Solo l’incontro sereno con la morte può insegnarti a vivere.

 

Torniamo a parlare di eternità, torniamo a dire che la parola “amore” viene dal greco: a, alfa privativo, e mors, morte, senza-morte, l’amore vince la morte. Torniamo a dirlo ai nostri bambini e ai nostri ragazzi, torniamo a parlare di risurrezione.

Qui sta tutta la nostra speranza. La Speranza con la S maiuscola non è nel vaccino. Quella è una bellissima speranza con la s minuscola. La vera Speranza è che posso vivere l’eternità già ora, qui, adesso.

 

Chiudo con lo stralcio di un articolo della giornalista e scrittrice Costanza Miriano comparso sul suo blog.

“Quando i nostri figli erano piccoli, uno di loro – non posso rivelare né identità né sesso, pena la radiazione dall’albo nazionale madri, perciò userò il maschile perché la lingua italiana funziona così, mi dispiace per le sindache, le ministre, le assessore – era particolarmente pauroso. Si spaventava tantissimo per ogni cosa che non poteva controllare, a volte vomitava dalla tensione o si rifiutava di fare alcune cose.
Adesso è passata (pure troppo), ma mi ricordo il tempo speso a cercare di ragionare con quel figlio. L’esercizio era: proviamo a vedere che succede se si avverano le tue più fosche previsioni. Vai in quel gruppetto e nessuno vuole giocare con te. Allora? Allora troverai altri bambini. E se neanche gli altri? Ne troveremo altri ancora. Oppure: ma se ti lanci che può succedere di grave? Ti rompi un braccio, e allora? Lo ingesseremo, e allora? Una volta, sinceramente non ricordo quale pericolosissima prova stessimo affrontando (la bici senza ruotine? un giro sul pony?) ci siamo spinti un po’ avanti con il gioco degli “e allora?”, e il figlio in questione ha concluso serafico: “Va be’, tutt’al più muoio. Tanto c’è la vita eterna”. Credo sia stato l’apice del successo della mia carriera educativa (poi rapidamente precipitata).
[…]

“Va be’, tutt’al più muoio. Tanto c’è la vita eterna”.

Diciamolo ai nostri figli. Qui, ora, la vita eterna c’è.
È questa la nostra Speranza.

 

Fonte: FMA Lombardia

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