In due film l’amicizia che affronta la malattia

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-Chiara Pajetta-

 

Quando il cinema porta sugli schermi una storia vera, quasi sempre ci tocca nel profondo.

È quello che ha fatto Gabriela Cowperthwaite con il film L’amico del cuore (titolo originale Our friend, nella foto un’immagine della pellicola). Presentato al Toronto Film Festival nel 2019, a lungo congelato e ora disponibile su Prime Video, racconta una vicenda che prende spunto da un articolo autobiografico scritto nel 2015 da Matthew Teague, giornalista freelance, corrispondente per Esquire. Protagonisti del racconto drammatico, ma non melenso o strappalacrime, sono appunto l’affermato giornalista Matt (di cui veste i panni in modo convincente Casey Affleck), la vivace moglie Nicole, attrice di teatro (Dakota Johnson), le loro simpatiche bambine e il miglior amico della coppia, Dane Faucheux (Jason Segel).

Gli attori hanno interpretato film e serie tv famose, e si cimentano qui in un’impresa delicata e che richiede sensibilità e partecipazione.

 

L’esistenza di Matt e Nicole viene travolta da un’improvvisa diagnosi di tumore terminale per la donna.

La malattia sconvolge i ritmi familiari e di lavoro, mettendo in crisi soprattutto le due figlie piccole. Si apre così un orizzonte doloroso per il presente e per un futuro che si preannuncia oscuro, e sembra che Matt, reporter in carriera spesso in giro per il mondo, non sia in grado di affrontare la drammatica situazione. Incredibilmente e con grande forza d’animo e simpatia, si fa avanti l’amico Dane, che addirittura si trasferisce a casa della coppia per aiutare il capofamiglia nelle numerose incombenze quotidiane. Dane è bravissimo con le bambine, piene di paura – la più grande anche di rabbia per le difficoltà che deve affrontare ogni giorno – accanto a una mamma sempre dolce, ma provata dalla sofferenza. L’amico che tutti vorremmo avere vede tutto quello che Matt, sprofondato nel dolore, non riesce nemmeno a riconoscere: la sua stessa depressione paralizzante o lo sconforto delle ragazzine a cui pur bisogna parlare di ciò che sta accadendo. Con sguardo compassionevole ma aperto alla pienezza della vita, nei pochi mesi concessi dall’inesorabile male Dane si preoccupa di aiutare Nicole a realizzare i suoi ultimi desideri, che lei esprime con tutta la vivacità che le è rimasta.

 

Il racconto del tempo finale di Nicole è dinamico, perché abilmente la regista non sceglie un andamento lineare.

Si sposta liberamente tra presente e passato per farci conoscere i tre protagonisti anche nelle loro debolezze e fragilità, ben evidenti già prima dell’insorgere della diagnosi infausta. Quella di Nicole e Matt non è una famiglia perfetta e nemmeno Dane è un uomo pienamente risolto nelle sue scelte affettive e professionali. Eppure, è capace di un’amicizia insostituibile, diventa il sostegno della coppia con le sue figlie, quando quasi tutti gli amici di un tempo si eclissano, timorosi di accompagnare fino alla fine Nicole. Il film ha proprio il merito di mostrare che non è facile ma fondamentale condividere il dolore, la malattia, la morte. La tragica storia vera raccontata ha il coraggio di approfondire un tema oggi cancellato o, peggio, sostituito da disumani dibattiti sul preteso diritto all’eutanasia.

L’America di oggi, in questa vicenda realmente accaduta, si interroga su cosa voglia dire affrontare la malattia incurabile di un proprio caro, e offre come miracolosa prospettiva un’amicizia profonda e generosa. Che non giunge ad aprirsi ad orizzonti spirituali più alti, ma riconosce nel volto dell’amico l’aiuto necessario per partecipare allo sconvolgimento per la fine dell’esistenza terrena di chi amiamo.

 

 

La malattia come prova è il tema fondamentale anche di un altro filmQuello che tu non vedi, che volge lo sguardo in questo caso sulla grave forma di schizofrenia di un ragazzo, Adam: è un intelligente liceale che cerca di nascondere con allucinazioni e personaggi immaginari il malessere profondo che lo tormenta, tentando di sconfiggerlo con farmaci e psicanalisi.

Diretta da Thor Freudenthal e ugualmente disponibile sulla piattaforma di Prime Video, la pellicola è tratta dal romanzo Words on a Bathroom Walls di Julia Walton. Ha il merito di parlare in modo diverso della malattia mentale, per dimostrare che “tu non sei la tua malattia” e che è possibile con l’amicizia e l’amore aiutare chi ne soffre a trovare comunque la sua strada. Adam, infatti, dopo diverse cure (non sempre seguite con scrupolo) si ritrova a frequentare gli ultimi mesi di liceo in una prestigiosa scuola cattolica, in cui in tutti modi cerca di nascondere la sua “diversità” per non essere compatito o emarginato. Finché non incontra Maya, una brillante studentessa disponibile a dargli lezioni a pagamento per aiutarlo a concentrarsi nello studio. In realtà la ragazza cerca così di sostenere la sua povera famiglia, con il padre senza lavoro, perché anche lei è “una diversa” in quell’ambiente blasonato, e non vuole che si scoprano le sue origini modeste.

 

I due studenti si innamorano e iniziano un percorso di fiducia e sincerità l’uno verso l’altra, che schiuderà loro una prospettiva di comprensione e di amore, unica possibilità per accogliere e condividere i loro limiti personali.

In questo cammino di accettazione di sé, di convivenza con la sua lacerante malattia, per Adam è di grande aiuto la bella figura di un prete, da cui va a confessarsi senza nemmeno credere: in lui trova un conforto, un rispetto della sua libertà e un’accoglienza davvero singolari. Sarà proprio il sacerdote a fargli superare la vergogna della sua debolezza psichica, rendendolo capace di riconoscere con coraggio e sincerità la sua condizione. Il ragazzo lo farà con un’ammissione pubblica davanti a tutti in quella scuola d’élite, che lo aveva espulso per alcuni suoi atteggiamenti non proprio ortodossi. Rivendicherà per sé e per Maya la possibilità di un’amicizia schietta, paziente e quindi vera. Non nega più la sua malattia mentale, che ora è deciso a curare seriamente, perché finalmente sa di essere amato nella sua fragilità.

Una lezione, quella di Adam, preziosa per tanti giovani d’oggi, spaventati dalle loro ferite e dai disagi di quest’epoca così difficile: c’è qualcosa oltre la tua malattia, qualcosa che dà senso anche al tuo dolore. E lo sguardo di un amico può davvero aiutarti ad accettare pienamente te stesso.

 

 

Fonte: lanuovabq

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