Sud Sudan, agguato al vescovo di Rumbek

-Patrizia Caiffa-

 

Pochi giorni fa si erano sentiti al telefono con padre Christian, come lo chiamano tutti. “Era sereno, per nulla preoccupato. Mi ha detto che la mattina studiava il dinka, la lingua locale, e il pomeriggio riceveva in curia le persone. Che io sappia non aveva ricevuto minacce”. E invece, la notte scorsa, l’aggressione improvvisa. Gli spari alle gambe. La corsa disperata in ospedale. Il neo vescovo di Rumbek è vivo per miracolo.

A parlare al Sir da Malakal, in Sud Sudan, è suor Elena Balatti, comboniana, ancora scioccata per l’agguato a mons. Christian Carlassare, nominato nuovo vescovo di Rumbek da Papa Francesco l’8 marzo 2021. La notte scorsa, appena passata la mezzanotte, due uomini armati hanno bussato alla porta della curia. Lui ha aperto e gli hanno sparato. 43 anni, nato a Schio e originario di Piovene Rocchette (diocesi di Padova) monsignor Carlassare è il più giovane vescovo del mondo. Era a Rumbek da una decina di giorni e il suo insediamento in diocesi è programmato per il 23 maggio prossimo. Prima padre Christian era vicario nella diocesi di Malakal, per questo con la religiosa comboniana si conoscevano bene.

A testimoniare i fatti a Radio Bakhita, una radio cattolica locale, un sacerdote che era nella stanza accanto, padre Andréa Osman.
Per fortuna l’ospedale governativo, supportato dal 2016 da uno staff di Medici con l’Africa Cuamm, è a 500 metri dal compound cattolico e i soccorritori sono potuti intervenire subito. Perdeva molto sangue e solo grazie ad un volontario che avevo il suo stesso gruppo sanguigno, piuttosto raro, è stato evitato il peggio. Ora il vescovo è fuori pericolo ed è in attesa di un trasferimento via aereo all’ospedale di Juba.
Poi i sanitari valuteranno se sarà necessario spostarlo a Nairobi o meno. Nonostante fosse sofferente, padre Christian ha subito chiamato la famiglia e il responsabile dei missionari comboniani in Italia:
“Pregate non tanto per me ma per la gente di Rumbek che soffre più di me”.

 

“Siamo tutti scioccati e amareggiati”, racconta suor Elena.  Da stamattina il suo telefono squilla in continuazione. Chiamano le consorelle e confratelli comboniani, i catechisti, la popolazione sudsudanese. Sui social media girano numerose foto del vescovo ferito in ospedale.
“La gente non ne può più di questi livelli di violenza – dice -. I sudsudanesi sono amareggiati anche perché non riescono a presentare al mondo una immagine pacifica del Paese”. E’ la seconda volta che un prete cattolico viene colpito nella regione del Lakes State: nel 2018 è stato ucciso un gesuita nella sua residenza a Cueibet County.

 

“Ora sono in corso le indagini – conferma la missionaria -. Potrebbero aver fermato 24 persone per accertamenti, come riferito dai media. E’ un fatto troppo eclatante e scioccante per il Paese. Sicuramente il governo procederà immediatamente con metodi forti, vista la rilevanza internazionale del caso. La giustizia sta cercando di fare il suo corso”.

 

Relazioni complicate tra tribù e clan. In una intervista recente al settimanale della diocesi di Vicenza “La voce dei Berici” padre Christian raccontava che “le relazioni tra tribù e clan sono complicate. Nel 2013 abbiamo attraversato una nuova ondata di violenza che ha provocato 4 milioni di sfollati su 10 milioni di abitanti. Il Paese, di fatto, è smembrato. Inoltre ogni tribù ha deciso che doveva difendersi da solo perché lo Stato non assicurava protezione, così ora circolano molti gruppi armati. La violenza ha toccato solo marginalmente Rumbek, ma anche qui gli episodi di violenza e di furti del bestiame sono frequenti. La gente, purtroppo, è abituata ad un clima di violenza”.
I fedeli di Rumbek, diocesi a maggioranza dinka, una delle etnie più numerose nel Paese, avevano accolto con gioia padre Christian con un rito di benvenuto lo scorso 16 aprile.

 

Un avvertimento? La comboniana, in missione nel più giovane Paese del mondo da “talmente tanti anni che ho perso il conto”, conosce bene la delicatezza della situazione interna e le diffidenze tra etnie. Ci tiene perciò a sottolineare che monsignor Carlassare “non ha alcun legame con la politica: è stata la Chiesa a mandarlo lì, lui non ha alcuna responsabilità”. “A Rumbek molte questioni vengono regolate attraverso la violenza – dice -. E’ probabile che sia stato un avvertimento, ricorda certi metodi della mafia italiana”.

 

In Sud Sudan un cambiamento è necessario. “La mia speranza è che guarisca fisicamente e anche psicologicamente – afferma suor Elena – perché è stata sicuramente una esperienza scioccante. E’ una persona di fede e sono sicura che ciò avverrà. Ora deve pensare solo a rimettersi in forma”. La missionaria auspica che “episodi come questo facciano riflettere la gente che è necessario un cambiamento, attraverso la scuola, il lavoro per i giovani, lo sviluppo. Solo creando interessi alternativi la situazione migliorerà”. La diocesi di Rumbek era stata guidata prima da monsignor Cesare Mazzolari, missionario comboniano morto nel luglio del 2011, una settimana dopo la dichiarazione dell’indipendenza del Sud Sudan.

 

I vescovi del Sud Sudan. “Preghiamo Dio per questa situazione, in particolare per una rapida guarigione del vescovo”: lo affermano i vescovi del Sud Sudan, in una nota diffusa sui social dai missionari comboniani. I vescovi precisano che non c’è ancora “nessun dettaglio sull’identità degli uomini armati, sul motivo del loro attacco né sull’indagine ufficiale dell’autorità locale”.
Si è in attesa di una nota ufficiale della Conferenza episcopale del Sudan, che riunisce i vescovi di entrambi gli Stati.

Fonte: agensir

 

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