Dono divino attraverso corpi mortali

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-Pierluigi Banna-

 

La sorgente della volontà di costruzione e ricostruzione, soprattutto in questo tempo segnato dalla pandemia, è nella coscienza di essere un solo corpo con Colui che ha segnato l’inizio e verrà alla fine.

 

La stagione della pandemia ha svelato un nuovo e decisivo capitolo del “cambiamento d’epoca” che tanti presagivano, ma quasi nessuno riusciva ad immaginare. Ha riproposto con prepotenza la questione della fine: non solo la fine della vita, ma la fine del tempo stesso. Per quanto cerchiamo di veleggiare tra le onde pandemiche scrutando all’orizzonte la bonaccia del vaccino e delle riaperture estive, ormai la questione della fine è posta, o meglio, si è imposta come presentimento che pare minare le fondamenta di qualsiasi esperienza di ripartenza e di ricostruzione.

 

A cosa serve impegnarsi e sperare, se poi tutto è destinato a corrompersi, a volte in modo così improvviso e inaspettato?
E c’è qualche esperienza, per quanto bella ed eterna appaia, che non porti al fondo di sé una data di scadenza?

 

Si è sempre tentati di eludere queste domande che sembrano avvelenare qualsiasi impeto vitale e invece la lunga stagione della pandemia ci impedisce di cedere agevolmente a questa tentazione. In effetti, chi vorrà cimentarsi nell’opera di ricostruzione dovrà fronteggiare senza timore, ma con passione, proprio la questione della fine. Ma come è possibile? I primi cristiani inquietarono i loro contemporanei proprio perché non avevano paura della fine di questo tempo, anzi la attendevano come imminente. Molti studiosi hanno parlato di un’attesa escatologica che col passare delle prime generazioni si sarebbe affievolita.

 

Eppure, nei secoli sono rimasti testi biblici e liturgici che continuano a parlare senza timore, anzi con attesa, della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Proprio in questo tempo sarà da vedere se oltre agli scritti ci sono ancora donne e uomini che non temono la fine dei tempi, ma anzi la attendono, perché sanno Chi verrà. Mi ricordo in proposito un’affermazione del compianto cardinale Tauran: «Il tempo non è qualcosa che passa, ma qualcuno che viene».

 

La riscoperta dell’attesa (e non della paura) della fine non svigorisce l’impegno nel presente, dona piuttosto entusiasmo e densità ad ogni istante. Ogni azione, ogni attimo, proprio perché destinati a finire, diventano un passo verso il Signore che viene e perciò si riempiono di passione e tenerezza per il particolare effimero, liberando sia da ansie di prestazione sia da facili ottimismi. Ciò che è piccolo ad effimero può essere trattato come se fosse eterno: sia esso un fiore che spunta sul ciglio della strada o la schermata del computer che richiama alla fatica del lavoro, un buon piatto da preparare per un ospite speciale o l’elemosina da donare al povero, un bambino in grembo o un malato terminale.

 

Occorre, perciò, vivere in profonda familiarità con l’omega di questi tempi per non temerne la fine. San Giovanni descrive questa familiarità come l’essere una sola cosa con il Padre e il Figlio (Giovanni, 17, 22), mentre san Paolo ne parla come l’essere membra di un solo corpo (1 Corinzi, 12, 12). La sorgente dell’indomita volontà di costruzione e ricostruzione, soprattutto in questo tempo, dovrebbe essere posta per i cristiani nella coscienza di essere un solo corpo con Colui che ha segnato l’inizio e verrà alla fine. Non è questa una buona notizia da annunciare a tutti i fratelli spesso oppressi dal peso del presente o terrorizzati dalla fine delle cose, in lotta tra depressioni e ansie, ma comunque raramente in pace?

 

Credo che questo sia il senso profondo della solennità del Corpus Domini, che non a caso è stata posta dalla Chiesa a seguito degli eventi di Pasqua, Ascensione, Pentecoste e della solennità della Santissima Trinità. I primi discepoli di Gesù non sono intimoriti dalla fine dei tempi, anzi è proprio l’attesa della fine che li lancia in un’impresa inconcepibile, che neanche il loro Maestro aveva osato: l’evangelizzazione dell’intero cosmo. Vi si buttano con passione, vi sacrificano la vita, perché, sotto la guida dello Spirito, sapevano a chi andavano incontro e di chi erano membra vive, partecipando così alla vita stessa della Trinità.

 

Questo tempo, così drammatico per le questioni che pone, ci permette di riscoprire un valore del tutto originale di questo corpo del “Cristo totale” — come amava dire S. Agostino — che sono i cristiani. Essi sono “pietre vive” (1 Pietro,2, 5) che partecipano allo stesso destino della pietra angolare che è Cristo stesso: egli si lascia distruggere per poi risorgere (Giovanni, 3, 19). Basti pensare a ciò che accade alla presenza “reale” per antonomasia — come disse Paolo VI — che è l’eucaristia.

 

Quel sacramento adorato con somma devozione dai cristiani, anche per lunghi spazi di tempo, è destinato prima o poi ad essere mangiato dai fedeli perché anch’essi diventino «frumento di Dio […] per divenire pane puro di Cristo», scriveva già nel II secolo Ignazio di Antiochia parlando del proprio martirio. Tutto l’impegno dei cristiani in questo tempo non è per la costruzione di un tempio indistruttibile, di strutture mastodontiche ed attività muscolari di cui compiacersi e vantarsi davanti al mondo. L’edificazione del corpo di Cristo non è paragonabile a quello di un’opera umana, soggetta ai criteri di progresso o decadenza, con cui a volte anche gli ecclesiastici si sono abituati a giudicare il corpo di Cristo che è la Chiesa. I cristiani, coscienti della loro fragilità, pregano lo Spirito di renderli capaci di costruire un edificio (si chiami famiglia, lavoro, attività caritativa, missione) che va allo stesso tempo consumato e distrutto per partecipare alla morte e alla resurrezione del corpo dello stesso Signore.

 

Questo inesauribile lavoro di costruzione e decostruzione, operato instancabilmente dallo Spirito santo attraverso le fragili braccia dei fedeli da duemila anni nella storia, continua a squarciare il velo dei templi umani per svelare un tesoro che è sempre nuovo, dono divino attraverso corpi mortali. Si tratta della carità di una vita offerta in sacrificio, fino all’ultimo, fino al sangue, anche per il proprio nemico. La carità non teme la fine, perché la attende e la implica come condizione della sua stessa espressione: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni, 12, 24).

 

È proprio di questa carità che le persone di ogni lingua, condizione e genere hanno bisogno, soprattutto in questo tempo segnato dalla paura della fine. Ogni uomo attende, in fondo al proprio cuore, qualcuno che lo comprenda e se ne prenda cura fino all’estremo, fino a sacrificare la vita per il suo esserci. Ma solo chi non teme la fine, ma la attende in preghiera, perché è certo di essere un solo corpo con Lui che verrà, si lascerà trasformare da questa carità operosa di costruzione e distruzione, di morte e resurrezione, al punto da poter affermare: «Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me (santa Teresa di Lisieux)».

 

 

Fonte: osservatoreromano

 

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