Nel Veneto un luna park senza elettricità

-Sabina Pignataro-

 

Nel mezzo di un bosco di pioppi, nel Trevigliano, c’è un luna park che ancora oggi funziona senza elettricità, sfruttando solamente i principi della dinamica. L’ha costruito quasi completamente da solo, con le sue mani callose, Bruno Ferrin, classe ‘37, dopo una vita trascorsa ad osservare la natura.

«Cade un ramo, vola in cielo un uccello, rotola giù un sasso: osservo i movimenti della natura e le idee mi vengono così. Non ho studiato io, ho la quinta elementare: le leggi della meccanica e della dinamica le imparate con l’esperienza».

 

Alcune giostre del Luna Park

In questo bosco di 30 ettari, sotto un soffitto intrecciato con foglie di pioppi, faggi, castagni, querce e betulle, si nascondono più di quaranta giostre colorate di ferro e acciaio. Tra queste, svettano la teleferica, il pendolo, il tirapugni, le gabbie. E poi tante altalene, il cui cigolio delle catene resta nell’aria anche dopo essere scesi.
«Ma mica solo quelle» racconta il signor Ferrin. «C’è un carrello che porta sei persone e che in caduta libera tocca i 100 km orari; la ruota ispirata all’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, e un calcinculo particolare, le cui catenelle si muovono vorticosamente grazie al movimento azionato da quelle persone che non stanno sui sedili, ma che girano velocemente una specie di timone». 

Le montagne russe sono attivate a pedali, così come la giostra che si chiama il giro della morte, che fa compiere una traiettoria di dieci metri di diametro. Anche la centrifuga funziona come la bicicletta: più si pedala e più le persone sulla giostra girano velocemente». Semplice no? L’accelerazione è proporzionale alla forza e inversamente proporzionale alla massa: è il secondo principio della dinamica newtoniana.

Gli scivoli? «Certo che ci sono gli scivoli: il più piccolo è lungo due metri, ma il più grande ne misura 60 e ci si scende utilizzando un tappeto di nylon».

 

Alcune giostre del Luna Park

Nel suo luna park tutti diventano bambini. C’è chi preferisce la calma di una ruota panoramica, e chi invece brama un giro sulle montagne russe. «Ma sono i genitori, soprattutto, a voler provare i giochi, con la scusa di insegnare ai bambini come si fa. Restano estasiati. E curvi tra le emozioni, con il vento sul viso, non sanno se gridare o godersi il viaggio», racconta Ferrin, ripensando a quella primordiale attitudine alla meraviglia che cova, spesso repressa, o semplicemente dimenticata, dentro gli adulti.

Nel 1969, Ferrin voleva costruire per i suoi clienti un grande parco divertimenti nel “cortile” del suo ristorante, l’osteria dei Pioppi (www.aipioppi.com), un ristoro popolare dove ancora oggi si va a mangiare piatti della tradizione regionale seduti su lunghe tavolate sotto ad una grande tettoia. «Questa “frasca”, (osteria in veneto, ndr), è nata così: appendendo un mazzo di salsicce a un albero, una damigiana di vino bianco e una “de vin moro”. Ancora oggi da noi è come stare ad una grande sagra popolare: possiamo ospitare fino a 1500 persone».

 

La prima giostra è stata un’altalena. «Mi servivano due ganci per appendere le catenelle e il fabbro in paese mi rispose di arrangiarmi e io, che non avevo mai preso in mano una saldatrice, mi sono messo di buona volontà. Ho armeggiato un pomeriggio intero e alla fine ho fabbricato i ganci. Così è cominciato tutto. Mi sono talmente appassionato alle giostre che non ho più smesso». Oggi al suo fianco ci sono la moglie Marisa, le due figlie e il nipote Francesco.

 

I materiali, in questi più di cinquant’anni, sono stati sempre perlopiù di scarto. «Ancora oggi vado a cercare dai robivecchi, prendendo oggetti e materiali che dovevano diventare spazzatura. Poi, con una po’ di fantasia, e un’abbondante mano di vernice do loro nuova vita».

 

Questo luogo unico, perfettamente integrato nell’ambiente, è sempre stato gratuito. «Alle giostre dedichiamo una parte degli incassi della trattoria», racconta. «Ora però dobbiamo tenerlo chiuso, perché le spese per adattarci alle norme anti Covid sono troppe elevate per noi. Come potrei pagare una persona che sta a supervisionare ogni giostra se non si paga un biglietto d’ingresso?».

 

Bruno Ferrin al lavoro

Ferrin comunque non si ferma. Fa il saldatore, lo ingegnere, il fabbro, il falegname. «Sto costruendo altre giostre. Cos’altro dovrei fare a 84 anni: mettermi in poltrona a guardare la televisione con mia moglie Marisa? Meglio un’altalena, che spinge verso il futuro». Il mio sogno, dice, «è essere ricordato per aver regalato almeno un’ora di divertimento a tutti, grandi e piccoli».

 

La sua voce, che dice tanto di quest’uomo con lo spirito da ragazzino e il corpo di un saggio, è stata raccolta nel podcast di Chora Media “R Stories”, promosso da Gruppo Hera.

 

 

Fonte: vita

 

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su telegram
Condividi su print

Fai il pieno di notizie positive cristiane

Iscriviti alla newsletter

Inserendo il tuo indirizzo e-mail riceverai una notifica appena verrà condiviso un nuovo articolo

Sguardo al Reale

Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA