Giacomo Poretti: “Credere o meno dipende dagli incontri che fai nella vita”

Invitato a concludere l’evento “Giovani e Vescovi” in Duomo, l’attore comico ha letto alcune pagine personali, condividendo racconti e suscitando riflessioni sui grandi temi della vita

 

-Chiara Pelizzoni-

 

“Dovresti spiegare perché credere?”. Con questo obiettivo, racconta, è stato invitato a concludere l’incontro del 6 Novembre Giovani e Vescovi. Un dialogo sinodale che porta frutto l’attore comico Giacomo Poretti che ha esordito subito in maniera ironica: «Se lo chiedono a me, non c’è più di religione… Mi è vento in mente, allora, che credere o meno per me dipende dagli incontri che uno fa nella vita e soprattutto dalla provocazione di certe parole che ti vengono rivolte».

E così l’attore ha raccontato di sé e della sua storia.

«Io e mia moglie da 20 anni lavoravamo come volontari al centro San Fedele di Milano; avevamo appena fatto io e i miei soci Chiedimi se sono felice e poco dopo l’uscita nelle sale la nostra addetta stampa ci ha detto che era arrivata una richiesta dal centro San Fedele. E io che allora non ero particolarmente credente… ho esclamato: “Ma è un posto di preti”. E lei “sì ma questi qui sono bravi”. A presentare il film padre Eugenio Bruno che adesso non c’è più; alla fine del film lo commentò in una maniera particolarissima tanto che dissi “o questo è scemo o c’è qualcosa che non capisco” . Quel qualcosa è quello che ci ha portato lì per un sacco di tempo a lavorare, finché è nato nostro figlio Emanuele».

Indimenticabile fu quella visita: “Padre Bruno venne in ospedale e cercò di parlare col piccoletto. Andando via ci disse: “Bene bravi avete fatto un corpo, adesso dovete dargli un’anima”.
Quella frase ci colpì; ma dai sono le solite frasi da anziani – pensai- da mettere al massimo su un’immaginetta. Cosa voleva dire fare un’anima. Io e mia moglie ci siamo guardati con sguardo interrogativo, dopo nove mesi non le si poteva chiedere di più; eravamo convinti guardandolo che fosse perfetto. Di solito, in quei frangenti si dicono frasi standard “Si vede già che è un interista oppure è bello come la mamma e intelligente come il papà”. Entrò il dottore per un controllo e gli chiesi:
“Dopo quanti giorni si manifesta l’anima?” e lui dopo avermi auscultato mi disse “deve essere stata impegnativa questa esperienza”…».

Da allora la frase di padre Bruno non lo ha più lasciato.
«A cosa serve l’anima? La cosa che definisce l’uomo post moderno è l’account. I nostri segreti più profondi sono protetti da una passoword che molto spesso non ricordiamo neppure. Io ho paura di questo mondo. Non sono riuscito a creare l’account instagram perché mi chiede di entrare nella gallery di foto… che senso ha parlare dell’anima nell’era della potenza tecnologica più dispiegata? Siamo nell’era degli algoritmi. Ti conoscono nella profondità del tuo essere. Meglio di tua moglie che continua e regalarti il rasoio elettrico. L’algoritmo si prende cura di te. L’algoritmo ti suggerisce quello che va meglio per te. Lui sa cosa sta a cuore alla tua pelle. Un giorno sì e uno no ti scrive dicendoti che cosa potrebbe interessarti. L’algoritmo sa di cosa hai veramente bisogno. La tecnologia ti rende più facile la vita».

E ha proseguito ironizzando: «Se volete essere seguiti e presi per mano dovete comprare l’Apple Watch e lui ti fa tutto. Se stai seduto 15 minuti ti dice di alzarti e muovere le gambe perché sennò ti viene un ictus. E poi il medico ti dice “Devi fare 10mila passi al giorno”. L’orologio te lo dice. Te ne mancano 750. C’è gente che impazzisce per l’Apple Watch. La tecnologia ci fa tutto: anche la spesa. Per evitare questioni di coppia ti aiuta: oggi ci sono i frigoriferi intelligenti. Lo compri, lo porti a casa e se passi in cucina ti dice cosa manca. Incredibile. Certo qui vi interessa poco: da una parte c’è la mamma, dall’altra la perpetua».

E ha proseguito l’attore provocando i giovani presenti in sala.

«Come vi fidanzate? In maniera tradizionale? Vi conoscete, uscite, vi sposate, fate i figli e poi vi lasciate. Ma no! c’è l’algoritmo! Mettete i vostri gusti e vi presenta la moglie giusta». Padre Bruno… l’anima.. lo tormenta questo pensiero. «Ma se i bimbi moderni in seconda elementare hanno già l’iphone, fanno i compiti su google… Chiedono al papà “Dove andiamo questo weekend?” e se il padre risponde “a Spotorno?”. Commentano. “Ma io voglio andare in Oman… Padre Bruno… ci aiuti. Come si materializza l’anima? Arriva per posta col codice fiscale? Di quale materiale è composta? Di berillio, idrogeno carbonio?».

E poi l’illuminazione: «A un certo punto ero lì che facevo tutti questi ragionamenti, con tutti questi vocaboli inglesi sguaiati… e ho capito come una parola leggera e aggraziata “anima” fosse costretta alla solitudine… a pensarci bene sembra la cosa più antica che si possa immaginare. Inutile come un papion… ecco mi ha fatto tenerezza. Pronunciandola ad alta voce mi è sembrato avesse il lamento doloroso di un abbandono. Anche per causa mia. Dentro al mio silenzio ho capito la pena e la solitudine delle parole.

Per stare in vita le parole devono essere scritte, dette, devono stare in compagnia. O rischiano di finire la loro esistenza sui dizionari: cimiteri delle parole. Mitezza, orsù, garbo. Agrimensore se uno non legge Il Castello di Kafka quella parola è dimenticata per sempre. Come paltò o anima… A un certo punto mi sono detto “Basta con questo sentimentalismo” e sono andato dal dottore! Se faccio un’ecografia si vede, gli ho chiesto? No. Nemmeno con la risonanza? No. Ma allora se è così nemmeno l’amicizia. Almeno con mio figlio si vedrà quanto gli voglio bene? No. Ma quando hai un figlio e stravedi per lui saliranno le piastrine… puoi sapere se hai un cancro, ma non puoi sapere se vuoi bene al sangue del tuo sangue? No. Allora l’amicizia non esiste. L’amore è irreale».

È sottile il passaggio del comico per suggerire un’indiretta riflessione sui social e sulla nostra società dove se non vedi e non posti non esisti. «Vuoi vedere che certi territori dove nascono le cose che ci fanno più gioire e soffrire non si possono vedere? Padre Bruno sempre nella testa. “Avete fatto un corpo, dovete fare l’anima”. È un modo di dire… come “l’anima della squadra”! “Ha dato l’anima a Dio”. Sono modi di dire… Cos’è quella voce che parla da luoghi sconosciuti? Non riuscivo più a staccarmi da quella parola. Anche perché se cominci a frequentarla quella parola è carogna, non ti lascia più in pace.
È come quando compri qualcosa su Amazon, senti una voce che dice “chi si è interessato di anima è interessanto anche all’aldilà e al Sublime Algoritmo”. Ho telefonato a padre Bruno “Non ci capisco più niente. Come si fa a fare l’anima?”. La sua risposta fu più sconcertante della frase pronunciata: “Cominci a ringraziare”. E chi chiesi io? Il Padre Eterno che le ha donato un figlio. E se fosse tutto un caso? Fu la mia risposta. Ringrazi il caso. E poi aggiunse una cosa: la seconda caratteristica dell’anima è la gentilezza, latte materno dell’anima che va alimentata. “Scusi” ammisi “ma io con gli sgarbati non ci riesco proprio”. Padre Bruno si congedò dicendomi “non si preoccupi, la verrò a trovare in sogno”. Non si disturbi dissi io… poi capii che gli avevano dato “appuntamento con l’amministratore delegato dell’universo” come lo chiamava lui. E poco dopo morì».

Un racconto lungo e appassionato quello di Giacomo Poretti, pieno di ironia e – com’è nel suo stile – capace di sollecitare riflessioni: «Un giorno camminavo perso nei miei pensieri e un vigile arrabbiato mi urlò contro “perché ha parcheggiato in seconda fila”? Io ho ringraziato… solo dopo ho visto che il vigile che si toglieva la divisa era padre Bruno… Sorrideva e mi chiese “Come va con l’anima?”. E io “Eh, c’è solo nelle canzoni e quasi sempre in inglese. Mi salutò sorridendo e dicendomi “Si ricordi l’uomo supera infinitamente se stesso”. Al risveglio mi accolse il sorriso di mia moglie e io le dissi “Posso superare infinitamente me stesso”».

L’applauso in sala è lungo e prolungato, ma l’attore non ha finito, deve solo prendere fiato:
«Dopo un po’ di anni questo signore (indicando se stesso) ne ha fatta di strada, ha continuato a dialogare e discutere con l’Amministratore Delegato dell’universo; a un certo punto si è ritrovato a scrivere queste due brevi letterine. La prima in un momento di grande timore “caro vecchio cuore quante volte hai battuto per tenermi in vita? Ti sei spaventato o hai gioito? Tu, laggiù in sala macchina, eri sempre disposto a buttare carbone sul motore per lo spavento. Oppure arrivava un dispaccio con scritto tristezza e tu pronto a mantenere il battito regolare di quando si mangia un bigné alla crema”. Quanto dev’essere stato difficile per te trattenere quei battiti impauriti? […]. Forse ti riposavi di notte come me, con un cronometro da qualche parte tra una coronaria e l’altra. Tu mio caro cuore non hai mai dormito. Mi hai lasciato dormire spingendo il sangue là dove serviva. Con un occhio chiuso e uno aperto non mi hai mai fatto mancare quel battito fioco e premuroso».

E poi una serie di domande: «Cosa ti è costato di più?». «Cosa ti ha allietato di più?». «Cosa ha reso più leggera e spensierata la tua ininterrotta fatica?». «E cosa ti ha fatto correre all’impazzata senza fermarti? Lo so, quando mi innamoravo. Andavi a 170 battiti per ore intere. Non serviva a nulla calmarti. Eri felice e volevi farlo sapere a tutto il corpo. Caro mio lavoratore instancabile sei stato capace di battere anche centotrentamila volte in un giorno. Adesso che sono sulla soglia dei 60, lo sai quante volte hai battuto sinora? Più di due miliardi e ottocentootto milioni di volte. Quale sarà il conteggio finale che è stato previsto per me nella notte dei tempi? Come e quando ti arriverà la lettera di pensionamento? Chi te lo comunicherà? Sarà una formula chimica o semplicemente ti addormenterai esausto?».

E ha concluso: «Sa cosa Le dico: grazie. A Lei, Amministratore delegato dell’universo o preferisce che la chiami “grande pensatore” o “sublime algoritmo”? Perdoni le mie intolleranze, la mia irritabilità, la mia supponenza. In fondo ero solo preoccupato proprio come lo sono adesso. Ero arrabbiato come quando da bambini la mamma ci fa trovare la tavola riccamente imbandita per la colazione, ma senza un biglietto con su scritto quando tornerà. Sono in questa attesa da sempre […]. Provo gratitudine per questo immenso, grandissimo e misterioso apparato di regole, cellule, officine metaboliche, algoritmi spirituali. Per questo ponderoso macchinario che è stato lo stesso per altri miliardi di esseri sperduti come me, in questo immenso oceano fatti di muscoli, tendini e articolazioni di impulsi nervosi, di flussi vorticosi e inesauribili pensieri che vanno verso non si sa dove. Questo immane tutto è condensato in una piccola luce che si accende quando chiudo gli occhi e questa piccola luce, questo flebile biancore lavora, mette in fila parole che non sono mie ma Sue. Disegna linee che non conosco. Perché lo fa? Non lo so, ma è tutto ciò che rimane di me. Grazie per avermi evocato dal nulla».

Fonte: famigliacristiana

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